IL GENIO MECCANICO DI LODOVICO GAVIOLI INVENTORE DELL’ORGANO DA FIERA

 

di Antonio LATANZA

 

Direttore del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma

 

 

 

 

Quando Giacomo Gavioli (1786-1875) iniziò la sua attività di fabbricante di carri a Cavezzo, presso Modena, mai avrebbe pensato che il suo nome un giorno avrebbe assunto una risonanza del tutto eccezionale nel campo della costruzione degli strumenti musicali meccanici.

Dotato di grande ingegno, da fabbro e falegname che era, gli venne affidata dal comune di Modena, a partire dal 1818, la manutenzione di due grandi orologi da torre. Nell'ottobre del 1819 chiedeva al Governatore di Modena di poter collocare questa insegna sulla porta della propria officina: «Giacomo Gavioli fabbricatore e ristauratore d'orologi e ripetizioni da torretta al uso di Germania» .

Dieci anni più tardi la sua bottega esibiva la dicitura «fabbricatore e venditore di cariglioni e di organi»; in essa vennero prodotti numerosi orologi a cucù, macchine idrauliche, macchine per la produzione di trucioli e numerosissime realizzazioni meccaniche di propria invenzione o su commissione.

Nel 1829 Giacomo Gavioli realizzò una caldaia a vapore per una «locomobile» inventata dall'ing. Cesare Rosa.

 

 

                             

 

 

Attivo fino ai suoi ultimi anni, Giacomo ebbe nel figlio Lodovico (Cavezzo 5 agosto 1807 – Modena 21 giugno 1875) un continuatore, essendo questi straordinariamente portato verso le arti meccaniche e  musicali. Tuttavia, la febbrile capacità inventiva di Lodovico e la temerarietà delle sue ideazioni fecero sì che il padre prese ben presto le distanze da Lodovico, del quale non troppo si fidava, preferendo mantenere il proprio piccolo laboratorio, a fianco della bottega del figliolo.

Questi, a 9 anni aveva già costruito un orologio in legno, a 6 anni un orologio con organo a cilindro dotato di otto musiche; a 23 meritò il plauso della R. Accademia di scienze, lettere ed arti di Modena per la realizzazione di un nuovo orologio a pendolo con due sole ruote dentate e un solo contrappeso, macchina che aveva ridotto al minimo ogni tipo di resistenza.

 

 

                        

 

 

Da quel momento molti grossi orologi da torre gli vennero commissionati e, nel 1838, costruì uno strabiliante automa musicale: il David.

A. G. Spinelli nel saggio I due Gavioli (Modena, Tipografia Soliani, 1901) cita un articolo firmato da A. Malibran, dal titolo Lodovico Gavioli pubblicato sul «Messaggero di Modena» (24 ottobre 1856) e tratto dalla «Union Instrumentale» pubblicato a Parigi il 10 ottobre dello stesso anno. In esso si descrive l'automa:

 

«Dunque David data dal 1838: è di grandezza naturale sulla sua sedia reale, coll'arpa tra le gambe e le mani sulle ginocchia. Sotto la sedia è un meccanismo composto di un cilindro in rame a tasti d'acciaio armati di fili conduttori confinanti colle dita. Appena la leva è messa in movimento, il personaggio comincia col respirare, poi alza gli occhi al cielo, come per cercare l'ispirazione. È un'enorme difficoltà vinta di quel giuoco dell'occhio e delle palpebre, in perfetta conformità coll'organismo umano. Ma avvi di più: David prende la sua arpa in mano, chiude le ginocchia per meglio serrarla e passeggia le sue dita sulle corde, come un istrumentista facente il pizzicato. E qui, cosa difficile a concepire anche per un meccanico, le due mani fanno i movimenti usitati dal virtuoso, e le dita restano sempre increspate; sia che le braccia si pongano raccorciate, sia che si stendano in tutta la loro lunghezza.

Inutile il dire che il David ha dimenticati i suoi Salmi, i suoi vecchi canti Ebraici, per suonare la preghiera di Desdemona d'Otello, ed un altro pezzo di Rossini: poi quando tutto è terminato, invece di restare eternamente come tutti gli automi nella posizione del suonatore, egli apre le gambe e ripone le mani sulle ginocchia.

Ora il Re profeta è divenuto errante e gira il mondo, in compagnia di una truppa di 35 o 40 forestieri... a'quali forma una bellissima rendita.

Tutte le volte che il defunto duca di Modena vedeva Gavioli, soleva dimandargli: Ov'è David!».

 

Questo automa fu causa di amarezze per Lodovico: affittato ad una compagnia ambulante che operava nelle fiere, non fu mai restituito nonostante le solenni promesse.

Quattro anni più tardi l'audacia inventiva di Lodovico si espresse nella costruzione del «Panarmonico», una versione personale (con nome identico) dello strumento realizzato nel 1805 da Mälzel.

 

 

Descrizioni e testimonianze su questo strumento sono riportate nel medesimo saggio di A. G. Spinelli:

 

«Le stampe del tempo ci tramandarono come nel 1843 egli continuasse in queste sue manifestazioni di un ingegno portentoso, ultimando il Panarmonico che ordinatogli dal Puccini di Prato, per la sontuosissima sua villa del Pratolino, costò al Gavioli più anni di studi e di fatiche, onde riuscire, con ardimento fino allora insuperato, ad unire in un corpo solo, tutti gli istrumenti dei quali si possa comporre un'orchestra completa.

Sottoposta anche questa sua creazione all'esame della nostra Accademia, nella quale egli riconosceva la sola competenza nel giudicare de' suoi lavori, il Panarmonico fu descritto scientificamente da Antonio Araldi; e tanto questa descrizione, quanto il sunto del rapporto che fu steso in argomento dal Brìgnoli, riboccanti di lodi per chi segnava la sua vita d'artista con testimonianze di conoscenze tanto ardite, quanto utili e sicure, sono contenute nel Tomo I di queste memorie.

La pubblica amministrazione non ristette alle lodi dei giornali, ma “alcuni cittadini, interpreti del comun voto”, univano allora, 1813, alcuni loro scritti, e li pubblicarono preceduti da un ritratto del Gaviòli, schizzato col lapis litografico da Adeodato Malatesta, e da una introduzione riboccante di ltalianità. In quegli scritti si esaltava il concittadino, siccome vindice dell'onore italiano, allora mistrattato da ignoranti e sprezzanti stranieri; e della sua poesia alta, toccante e persuasiva, Erio Sala, ornò il giovane meccanico, con versi che amò ripubblicare, quando il Puccini, ricco a milioni, osò respingere la creazione dell'artista modenese, per eccezione di denaro, dopo che gli aveva dato larga assicurazione di non calcolare la somma che fosse per occorrere, purché il Pamarmonium [sic] riuscisse ad onorare l'Italia e l'artista; sembrava lo volesse di tale valore musicale da reggere al confronto della principesca villa nella quale doveva essere collocato.

Gran danno e disgusto, provò per tanto cinismo, e per tanta delusione il non ricco artista: non si scoraggiò, ma forse questa fu la causa prima che lo indusse a pensare di lasciar la sua città adottiva, per trasferirsi a Parigi, ove erano per lui maggiori probabilità di trovare vasto mercato alla sua produzione, e mecenati più intelligenti e signorili.

Giacché è pur verità l'affermare, che se qui in patria il Gavioli non pativa carenza di lodi; non ritraeva compenso pari alle fatiche sue; e lo stesso Francesco IV, che lo invitata a far udire il suo Panarmonio, e il suo David, nel cortile del palazzo ducale, congratulandosi vivamente con lui pei trionfi che otteneva: e per giunta lo visitava nel suo stabilimento: pure è verità il riconoscere, che egli limitò sempre a queste morali attestazioni la sua sovrana compiacenza, giacché non altrimenti può pensarsi, se di fronte al plauso dell' Accademia nostra, e del pubblico, egli accordava al modesto artista, che aveva sciolto sì arduo problema, una medaglia d'oro del valore di 400 lire, e la nomina a meccanico di Corte.

 

Controversa appare la sorte del Panarmonico. Secondo alcuni esso non fu acquistato da Napoleone III, bensì sottratto con un raggiro da un russo che aveva promesso la vendita dello strumento.

Secondo una opinione diffusa ma non confermata, proprio Modena, città natale del Gavioli, era la patria di un certo Barbieri (o «Barberi») al quale si fa risalire l'invenzione dell'organetto a cilindro (da cui la sua denominazione «organello di barberia»); Giacomo Gavioli si rifiutò sempre di ripararli ritenendoli strumenti ignobili; il figlio Lodovico, invece, trovò che anche questo era un terreno fertile per i suoi esperimenti: ad alcune sue innovazioni fu conferito un premio nel 1845.

Nel frattempo gli organi da strada a cilindro prodotti da Gavioli avevano già guadagnato una grande risonanza internazionale. Erano questi gli organi da fiera il cui ideatore indiscusso fu proprio Lodovico Gavioli.

È opportuno aprire un breve inciso sull'origine e sulla natura dell'organo da fiera e del suo confratello, l'orchestrion. Ciò servirà a meglio delineare il carattere dell'invenzione di Gavioli.

 

 

              

 

 

Il secolo romantico continuò a utilizzare, in diversi meccanismi, il sistema del cilindro chiodato. I piccoli orologi a flauti del Settecento divennero via via organi a cilindro e quindi orchestrion e, a seconda delle finalità, organi da fiera.

L'orchestrion e l'organo da fiera consistevano entrambi in un ensemble strumentale racchiuso in un contenitore, nel quale ad un organo vero e proprio si aggiungevano strumenti a percussione. In più, l'orchestrion era, in qualche caso, dotato di un pianoforte verticale, incorporato nel mobile stesso. Il cilindro chiodato (o, a partire dal 1890, il rullo di carta perforata) azionava questo - diciamo così - meccanico «surrogato» di orchestra, che così riproduceva - sfruttando anche i diversi registri dell'organo - una ampia gamma strumentale. Ma il colore di questa «orchestra» poteva avere una connotazione assai diversa a seconda del genere di strumento: infatti, mentre l'organo da fiera era destinato a diffondere la sua musica all'aria aperta, al contrario l'orchestrion nasceva con la precipua finalità di far musica nelle dimore private (naturalmente le più prestigiose, dati l'ingombro e i costi di questi strumenti); se insomma il primo era quanto mai fragoroso e del tutto alieno dal nascondere la propria meccanicità - a volte perfino brutale - il secondo – più sussiegoso - pretendeva, con maggior e minore fondamento, di sostituirsi ad una autentica compagine orchestrale, formata da un numero più o meno esteso di strumentisti.

 

 

 

 

 

La loro data di nascita è esattamente contemporanea. Nel quarto decennio dell'Ottocento Lodovico Gavioli elaborò la prima idea di organo da fiera (possiamo azzardare proprio con lo «Stratarmonico» costruito a Modena tra il 1845 e il 1848) e nel 1845 Michael Welte produsse il primo orchestrion.

Per la verità entrambi avevano degli antesignani. Se l'organo da fiera si può considerare come uno sviluppo dell'organetto portato in giro dai mendicanti italiani fin dalla metà del Settecento, alcuni orchestrion erano stati già costruiti in Germania intorno alla fine del Settecento e ai primi dell'Ottocento da Josef Blessing e J. N. Mälzel. Ma, in fondo, è arrivato oggi il momento di riconoscere che la prima idea di orchestrion nacque in Italia nel 1650 quando Kircher costruì nel palazzo del Quirinale in Roma il suo organo idraulico. La macchina da lui inventata (v. Musurgia Universalis, lconismus XXII) si ascrive in toto alla sensibilità barocca, pletorica e totalizzante, del tempo: in questo congegno l'organo è per la prima volta accompagnato dalle percussioni (rappresentate dalla fucina di Vulcano), forse dal suono di trombe e tamburi, dallo scoppio di granate e razzi (effetti questi già per altro in parte presenti nel cinquecentesco organo idraulico di Tivoli) e perfino da una giostra meccanica, consistente nella ruota dei satiri baccanti. Questo ultimo accessorio sembra, sorprendentemente, anticipare addirittura l'abbinamento ottocentesco di organo da fiera e giostra.

 

 

               

 

 

Orchestrion di grande qualità vennero fabbricati soprattutto in Germania da fabbriche importantissime, quali la Welte, la Hupfeld, la Popper, la Philipps, la Dienst, la Lösche ecc.

Anche la Svizzera, la Francia e la Russia contavano qualche fabbricante. Per ciò che riguarda l'Italia si ha notizia di un orchestrion fabbricato a Padova nel 1862 da G. Marzolo, che esibì un organo meccanico alla Esposizione Industriale di Londra.

In America gli orchestrion vennero esportati in quantità limitate a causa delle leggi protezionistiche e a causa, anche, del gusto assai diverso degli americani, che preferivano di gran lunga i più chiassosi «band organ». La produzione di queste complesse macchine terminò intorno alla fine degli anni Venti.

Gli orchestrion si presentavano come veri e propri monumenti al genio meccanico del XIX secolo. Di dimensioni enormi (fino a 4 metri di altezza e oltre 6 di lunghezza) esibivano un'ingegneria costruttiva complicata fino al delirio. Gli strumenti azionati erano l'organo (comprendente fino a cinque, anche sei centinaia di canne), un numero più o meno vasto di strumenti a percussione e a volte anche un pianoforte.

 

L'organo da fiera, inventato da Lodovico Gavioli, univa al tradizionale impianto organistico a canne tutta una pletora di strumenti a percussione quali piatti, grancassa, tamburi, nacchere e campane. Se questo schema costruttivo sembra confondersi con quello dell'orchestrion, è tuttavia da tenere ben presente la diversissima funzione sociale svolta dall'organo da fiera, che era destinato a creare un clima di baldoria popolaresca e fragorosa oltre ogni dire.

Questi complessi macchinari erano anch'essi di dimensioni spesso gigantesche (a volte anche più ragguardevoli rispetto a quelle degli orchestrion) e presentavano la facciata dipinta nei modi più bizzarri, non sempre alieni da vere e proprie turqueries post litteram.

Grande fu la loro diffusione in Francia, Olanda, Belgio, mentre in Italia apparivano molto sporadicamente durante le fiere importanti, le feste patronali, o in comunione con le giostre.

Gli organi da fiera, a volte animati visivamente da automi che suonavano le campane, dirigevano la musica e sventolavano bandiere, erano azionati da meccanismi pneumatici a grande pressione programmati da una striscia di cartone perforata e ripiegata a libro. Parte, quindi, del loro fascino deriva dalla spettacolarità delle loro esibizioni che non può prescindere dal dato visivo.

 

 

             

 

 

Dal 1843 al 1844 Lodovico trasferì provvisoriamente la ditta a Parigi, in Rue l'Aligre 3, dove riteneva di poter ottenere una migliore fortuna commerciale. Il trasferimento definitivo avvenne solo nel 1853 al nuovo indirizzo di Rue de Citeaux 3.

Anche con questa decisione Lodovico anticipò tanti altri costruttori italiani che si dispersero per l'Europa costruendo strumenti meccanici e, più in particolare, organi da fiera: Frati e Bacigalupo (Berlino), Marenghi e Gasparini (Francia), Pirollo e Fassano (Belgio), Jaconelli, Antonelli, Pietro Varetto, Chiappa e Pasquale Gregori (Inghilterra). In questo modo, curiosamente, i fabbricanti italiani ebbero la medesima sorte di tantissimi suonatori ambulanti che lasciarono la patria per le più ricche nazioni europee.

 

 

   

 

 

Lodovico Gavioli in Modena, tra il 1845 e il 1848, aveva costruito lo «Stratarmonico». Il Fleury riferisce che esso apparve per la prima volta a Parigi nel 1848:

 

«Questo grande strumento riempiva completamente un carro trainato da un cavallo. Ha circa tre metri di altezza; un apposito alloggiamento posto in alto e lungo come tutta la facciata contiene degli automi musicisti che sembrano suonare gli strumenti il cui suono è prodotto nell'interno e che sono animati dal motore che aziona i cilindri e i mantici.

Quest'organo ha una grande potenza, la qualità del suono è buona e i brani musicali sono assai bene disposti nel cilindro».

 

Al 1855 risale la ideazione del «Poliacord» (che imitava il suono del violino) e del «Claviacord» (una sorta di pianoforte perfezionato); questi due strumenti furono esibiti in occasione della Esposizione di Parigi del 1855; in particolare il «Claviacord» suscitò grande interesse nel comitato della esposizione, che invitò il suo ideatore a presentarlo al concorso dei pianoforti, ottenendo in risposta da Lodovico un diniego poiché i suoi meccanismi non erano pertinenti a quel ramo industriale.

Il suo sperimentalismo non si arrestò neppure quando assunse per alcuni anni la conduzione della fabbrica Pleyel: alcune innovazioni e migliorie furono apportate ai pianoforti prodotti in quel periodo.

Certamente Lodovico Gavioli aveva visto giusto poiché a Parigi la sua fortuna commerciale fu di immense proporzioni. Grande fu anche la stima personale di cui   godeva negli ambienti intellettuali; tra gli altri Rossini intratteneva con lui e la famiglia rapporti di amicizia.

Quando morì, nel 1875 - appena tre mesi dopo il padre - aveva al suo attivo numerosissimi progressi, compiuti nel campo della meccanica applicata all'orologeria, all'automobilismo, alla musica. Lasciava la più importante fabbrica europea nel campo della produzione di organi da fiera.

 

 

 

 

 

L'attività della ditta Gavioli fu proseguita con dinamismo dai successori di Lodovico, Anselmo (1828-1902) e il di lui figlio Lodovico junior (1850-1923); stabilimenti Gavioli operavano in Italia, Francia, Germania e Stati Uniti; uffici commerciali erano dislocati in tutto il mondo.

L'attività si prolungò per altri due decenni. Ma il tarlo dello sperimentalismo possedeva anche Anselmo, che nel 1892 legò alla propria ditta una innovazione che era destinata ad avere una enorme applicazione agli strumenti meccanici: la sostituzione del cilindro chiodato con una striscia continua di carta perforata; non si trattava di una vera invenzione, giacché questa idea balenò per la prima volta, intorno alla metà del secolo, nella mente di Seytre e di Teste, ma della prima applicazione su larga scala agli strumenti musicali meccanici del sistema a cartone perforato elaborato alla fine del Settecento, e realizzato nel 1801 da Joseph Marie Jacquard per azionare il suo telaio automatico (lo stesso Jacquard, tuttavia, venne preceduto, appena di pochissimi anni, da Vaucanson, il quale costruì almeno un prototipo di telaio a schede perforate).

È questo il vero antenato del moderno computer e questa è stata l'idea che suggerì la possibilità di applicazione delle schede perforate al pianoforte e a moltissimi strumenti musicali meccanici.

Su una scala più ridotta, l'introduzione del cartone perforato sugli strumenti meccanici si era già avuta: nel 1884 Claude Gavioli aveva introdotto la striscia di cartone per il pianoforte. Tre anni più tardi la Welte introdusse il rullo a lettura pneumatica sui suoi grandi orchestrion.

Due anni prima una curiosa novità apparve su alcuni organi da fiera; la striscia di cartone perforato comandava anche luci colorate che mutavano automaticamente. Una idea all'apparenza irrilevante che però qualche influsso doveva avere, di lì a pochi anni, su Alexander Skriabin e alcuni musicisti dell'avanguardia europea.

 

 

 

 

 

La ditta Gavioli realizzava anche, su richiesta, alcuni organi con annesso padiglione delle meraviglie, null'altro che un baraccone adiacente allo strumento, nel quale il pubblico, dopo aver pagato il biglietto, entrava da una estremità dell'organo e ne usciva dall'altra, attraverso due porte appositamente realizzate.

Nel baraccone erano esposte automazioni di ogni genere: quadri animati, lanterne magiche, marionette, statue in cera.

Erano questi i cosiddetti organi «Bioscope» introdotti da Marenghi nel 1905 e prodotti nello stesso anno in pochissimi esemplari (12) da Gavioli; neppure uno di essi oggi sopravvive, certamente a causa delle enormi dimensioni (da 10 a 18 metri); erano azionati da cartoni perforati di 110 contatti interamente cromatici; la loro pubblicità paragonava gli strumenti ad una orchestra di 120 elementi. Non contento, Gavioli ne costruì due anni dopo uno ancora più monumentale: 112 contatti; solo otto esemplari vennero prodotti e soltanto uno di essi sopravvive, dopo 12 anni di accurati restauri ad opera di George Flynn della contea inglese di Durham, è tornato a suonare sulle pubbliche piazze nel 1983.

Gli organi «Bioscope» erano arricchiti da migliaia di lampadine colorate; tutti furono ritirati nel 1914.

Erano questi strumenti del tutto spettacolari, in ogni senso, i migliori che Gavioli avesse prodotto.

Nel 1897 A. G. Wells così descrive l'atmosfera di una fiera di paese in The invisible man: «L'organo azionato da un motore a vapore collegato a una piccola giostra riempiva l'aria di un pungente odore di olio e di musica altrettanto pungente».

Un decennio più tardi questi baracconi vennero convertiti in sale cinematografiche: i proiettori e gli schermi sostituirono i vecchi automatismi. Ormai gli organi erano azionati da motori elettrici, attraverso un generatore sempre collegato ad una curiosa locomotiva da strada parcheggiata dietro l'organo.

 

 

     

 

 

La ditta Gavioli subì fin dai primi anni di esistenza una quantità impressionante di rovesci; forse i Gavioli erano assai più geniali nelle discipline artistiche che in quelle commerciali.

Ma l'ultimo fu quello che decretò la fine della attività. Nel 1901 il fabbricato dove erano i laboratori crollò miseramente: le fondamenta della fabbrica, a causa della loro fragilità, cedettero apportando danni ai laboratori; una grande quantità di denaro fu necessaria per ricostruire le mura crollate. Come se ciò non bastasse, il tecnico più qualificato, Charles Marenghi, lasciò la ditta per fondare una propria attività. Dopo pochissimi anni di vita stentata la fabbrica fu convertita nella produzione di apparecchi aspirapolvere.

Oggi, della grande fabbrica parigina non rimane che l'impronta del tutto visibile in Rue de Bercy 175, ultimo indirizzo prima della cessazione dell'attività.

Tutti i documenti sopravvissuti si trovano nel grande museo «Van spieldose tot pierement» di Ultrecht (Olanda); è molto interessante notare che vi si conservano numerosi brani musicali scritti dai vari membri della famiglia Gavioli per i propri strumenti.

Molti strumenti della gloriosa ditta sono sopravvissuti e si trovano presso i collezionisti.

La reputazione goduta da Gavioli fu talmente grande che nell'Inghilterra della fine dell'Ottocento si chiamava «Gaviman» la persona addetta al funzionamento dello organo da fiera.

In Italia il piano a cilindro viene ancora chiamato «viola», una probabile abbreviazione di «gaviola»).