IO E LE BELVE

 

di Carl HAGENBECK

 

( da “IO E LE BELVE – Le mie memorie di domatore e mercante” – Quintieri Editore )

 

 

 

 

(…..) « Entrate, entrate, miei signori! Qui si vede: il più gran porco del mondo! Ognuno di voi deve ammirare ciò che è colossale, ciò che è incredibile, ciò che non è mai esistito finora. Qui si prende visione personalmente del porco gigantesco, miei signori! Gli adulti pagano uno scellino, i ragazzi la metà ».

Il testo di queste parole era convalidato da una grossa insegna sulla quale era dipinto un porco grande come un ippopotamo.

 

Ma ciò che era notevole in questa baracca presso il vecchio Duomo è che anche questa primitiva speculazione portava il nome di Hagenbeck, anzi che questa esposizione o un'altra simile del tempo passato fu la radice dalla quale si sviluppò e crebbe nello spazio di un mezzo secolo quell'audace impresa che ora ha il suo centro a Stellingen.

L'impresario che in questa fiera presentava al rispettabile pubblico il porco gigantesco era appunto il mio caro padre, il quale aveva comprato da un veterinario questo animale che pesava novecento libbre. In quegli anni mio padre soleva non lasciar passare l'occasione della fiera senza esporre qualche raro e notevole fenomeno del mondo animale. Certo qualche volta il pubblico veniva ingannato da qualche dilettevole illusione che oggi sarebbe impossibile e che non passerebbe impunita neppure in un museo americano da un soldo.

Un giorno per esempio fu offerto a mio padre dal capitano di un bastimento arrivato nel porto di Amburgo, un vigogna lama che fu comprato per 60 talleri e destinato ad essere esposto pubblicamente. Furon fatti tutti i preparativi, e tra gli altri fu ordinato al vecchio pittore Gehrts una grande insegna da appendere, ma ahimè! prima che potesse esser dato questo nuovo spettacolo, il lama morì. Che fare? Gettare in un angolo la preziosa insegna che era costata ben dodici talleri? Impossibile. Si doveva invece cercare nei campi intorno ad Amburgo un nuovo lama simile a quello del ritratto. Mio padre trovò la bestia che poteva servire al suo scopo: era un capriolo assai comune che egli comprò e con molta disinvoltura mostrò agli spettatori come lama. Tali scherzi col pubblico erano possibili in quel tempo, poichè non si era molto dotti in zoologia; le poche cognizioni che se ne avevano, erano state acquistate nei serragli ambulanti che si permettevano ben altre sostituzioni.

 

 

                             

 

 

(…..) lo sono stato il primo ad introdurre nel mondo civile quelle esposizioni di razze che dal 1874 fino ad oggi esercitano una così forte attrattiva. Confesso che quest'idea non m'è nata tutta ad un tratto, come Minerva dalla testa di Giove, ma si è sviluppata a poco a poco, sotto l'influsso di molte circostanze.

Il primo impulso l'ebbi dal fatto che verso la metà del settimo anno, il commercio degli animali cominciò ad andar male e fui costretto a pensare ad allargare il mio traffico per altre vie. Il vecchio adagio: «Piccole cause, grandi effetti», trovò nel caso mio la sua conferma. Nel 1874 io con una lettera informai il mio vecchio amico, pittore d'animali, Enrico Leutemann, non so più per qual motivo, che avrei importato una trentina di renne per fornirne differenti giardini zoologici.

L'artista mi rispose che io avrei suscitato molto interesse facendo accompagnare le renne da una famiglia di Lapponi, che naturalmente avrebbero dovuto portare con loro anche la propria capanna, le armi, le slitte e gli utensili casalinghi. Innanzi alla mente dell'artista quando mi scriveva così ondeggiava certamente tutto un paesaggio nordico, con uno sfondo invernale.

Questa fu la prima radice: di tutte le esposizioni che seguirono. Lapponi e Nubiani, Esquimesi e Somali, Calmucchi e Indiani, Singoallesi e Ottentotti, gli abitanti di differenti zone, anzi degli antipodi, sfilarono gli uni dopo gli altri per le principali città europee.

Si cominciò con i Lapponi. Per fortuna capitò che l'agente il quale mi procurò le renne, aveva disponibile in pari tempo una famiglia di Lapponi da condurre ad Amburgo. Verso la metà di settembre dell'anno 1874 la piccola spedizione di uomini e animali, guidata da un agente che parlava il tedesco ed era un fotografo norvegese, arrivò in Amburgo. Il mio amico Leutemann ed io andammo incontro al vapore, vi salimmo durante il percorso e ci recammo sul traponte ove gli ospiti si trovavano.

Al primo sguardo ebbi la convinzione che la mia intrapresa avrebbe avuto un buon successo. La carovana si componeva di sei persone e faceva una grande impressione. A coperta campeggiavano i tre membri maschili della truppa, piccoli, di colore giallo, vestiti di pelle, vicino alle loro renne. Sottocoperta ci si offrì uno spettacolo anche più bello: una madre col suo poppante che ella premeva teneramente al seno, e una graziosa bimba di quattro anni.

Durante il trasporto accadde naturalmente qualcuno di quei soliti incidenti - già noti al lettore. Ma questa volta tutto si faceva con piacere, poichè serviva a far propaganda. Le renne non si volevano far condurre per la strada; in vicinanza della diga due di esse balzarono su, saltando cancelli e mura; arrivarono al cimitero e di là infine al giardino zoologico dove furono trattenute finché non le riprendemmo noi. Questo intermezzo e la vista dei Lapponi aveva attirato intanto migliaia di uomini, e c'eravamo fatto così un bel richiamo.

 

 

                                       

 

 

(…..) Nel mio pensiero io già da un pezzo avevo meditato se non fosse possibile di romperla con la vecchia maniera crudele di domare gli animali e ad essa sostituire un sistema di educazione direi quasi umano.

Gli animali sono creature come noi, e la loro intelligenza differisce dalla nostra non già per qualità, ma soltanto per grado e forza. Essi reagiscono alla malvagità e contraccambiano la amicizia con l'amicizia. Già da un pezzo avevo scoperto che anche con una bestia si ottiene più con l'amore, la bontà e la fermezza che con la rude violenza. E dall'esperienza di tanti anni sapevo che le bestie differiscono l'una dall'altra per le loro facoltà, pel carattere e pel temperamento. Dunque esse come gli uomini debbono essere trattate ognuna in un modo speciale; solo così si può acquistare la loro fiducia e si possono sviluppare le loro attitudini.

Chi è arrivato ad avere questo convincimento si deve addolorare di veder trattati gli animali con la frusta, il randello, i bastoni ferrati, strumenti usati essenzialmente per domarli, come avrò occasione di mostrare più giù in apposito capitolo.

Mentre io viaggiavo col mio circo pensai che fosse venuto il tempo ormai per l'introduzione di un sistema di educazione mite. Bisognava procurarsi un materiale adatto, scegliendo i tipi più intelligenti, e questi bisognava consegnarli ad amici degli animali che avessero i riguardi necessari alle varie qualità di ognuno di essi.

Per caso conobbi il domatore Deyerling nell'Inghilterra e poichè si trovava appunto senza posto lo presi con me a patto che egli avrebbe eseguito l'addomesticamento delle bestie secondo i miei principi. Deyerling acconsentì alla mia proposta; io gli spiegai le mie intenzioni in genere con accenni all'educazione dei gatti e dei cani con i quali non si usava nessuna violenza. Ciò che si otteneva con essi, doveva pur doversi ottenere con i grandi animali feroci.

 

La prima prova del nuovo sistema fu fatta proprio su sua maestà il leone.

Negli anni 1887-1889 io mi procurai per questo scopo ventun leoni, e di tanti solo quattro ci parvero suscettibili di educazione. E questa è una luminosa prova dell'immensa differenza che corre pur fra animali della stessa specie, ma è una prova assai costosa. Non parlerò a lungo del carattere di questi quattro leoni; dirò solo che ottenni un successo splendido. I leoni, animati soltanto con la frusta, sgridati se operavano male, lodati nel caso contrario, si abituarono a tutti i possibili esercizi: prendevano differenti posizioni sulle piramidi, sulle sedie, sui cavalletti e poi tornavano al loro posto. Infine il domatore guidava un carro a due ruote tirato da tre leoni, in forma di un antico cocchio romano, a gran carriera in una gabbia di quaranta piedi di diametro: esercizio che destava ammirazione nel pubblico.

Questo gruppo dapprima si recò nel nuovo Circo di Parigi che durante i tre mesi di queste rappresentazioni fece i migliori affari che avesse mai fatti dal giorno della sua fondazione.

 

 

 

 

(…..) Ora cominciano a prender forma i miei piani di un giardino zoologico di nuova specie. Il pensiero che mi guidava era questo: mettere gli animali nella maggior libertà possibile, e così mostrare ciò che può fare l'acclimatazione. Volevo mostrare con un esempio grande, pratico e duraturo, che non è per niente necessario costruire per gli animali costosi edifizi, ma che essi si mantengono sani all'aria libera e facendoli abituare al diverso clima. La principale attrattiva di questo parco doveva essere appunto il nuovo modo di trattamento e di educazione. Un moderno paradiso degli animali doveva sorgere là dove ora non c'era altro che un campo di patate. Da un dato punto del giardino si dovevano poter vedere gli animali di tutte le zone, e ogni specie di essi doveva stare in un ambiente adatto a quello che aveva nella sua propria patria, ed in esso doveva potersi muovere liberamente.

 

 

 

 

I camosci, le pecore, gli stambecchi su montagne artificiali, gli animali delle steppe su pascoli ampi e liberi, le belve in voragini senza cancelli, e separati dai visitatori per mezzo di un fosso. Nel mezzo doveva trovarsi un edificio centrale con una grande arena per gli esercizi, e vicino grandi spazi in cui poter effettuare il transito. Bisognava costruire poi un alloggio per i molti animali che avrei avuti negli anni prossimi e che non potevo precisare quanti sarebbero stati. Mentre dieci anni prima avevo venduto in un anno appena venti pezzi di selvaggina, adesso il numero era salito a parecchie centinaia. Nei primi tempi vendevo solo 6 o 8 cammelli all'anno, e la stimavo una gran vendita; ora ero arrivato al punto di considerar piccola la vendita se era di cento bestie. Pochi anni più tardi eseguii una commissione di 2000 dromedari. Il traffico delle zebre nel 1905 da 3 o 4 pezzi era salito a 50. E lo stesso accadeva per ogni altra specie di animali. Prima avevo alloggiato degli elefanti in gran numero nel mio vecchio stabilimento sul nuovo mercato dei cavalli, ma non mai più di 20 contemporaneamente. Ma nel 1904 ne avevo a Stellingen 43.

 

 

   

 

 

(…..) Quando giunse l'estate, feci cingere con una rete di fil di ferra un recinto aperto per le scimmie. L'entrata e l'uscita dalla spazio interno all'aperto era reso passibile agli animali dalle botole che col loro peso chiudevano l'apertura. Le scimmie in poco tempo impararono a spingere la porta. Nel recinto interno ed esterno c'era tutto ciò che poteva servire alle scimmie per i loro divertimenti.

Qui si aveva occasione di fare delle importanti osservazioni. In tutto ciò che queste tre scimmie facevano, chi dava il tono era sempre lo scimpanzé Maritz. Egli si divertiva specialmente a togliere a signori e signore il cappello dalla testa e con quello se ne fuggiva, dopo averla minutamente osservato, nell'interno della sua gabbia.

Per conseguire questo scopo, egli usava un'astuzia che gli riusciva sempre bene. Appena si avvicinavano visitatori, specialmente dame con grandi cappelli, egli si metteva a sedere tranquillo su una gran cesta di legna, presso il cancello, ed osservava attentamente. I due oranghi che sedevano di preferenza sul cancello, avevano l'abitudine di stender le mani fuori dalla gabbia per salutare la gente. Appena un signore o una signora, per dare la mano all'orango, si curvava verso il cancello, rapido come il lampo lo scimpanzé si moveva dalla sua cesta, afferrava con mano sicura l'oggetto dei suoi desideri e subito se ne fuggiva. Non erano piacevoli le scene che seguivano, e io non aveva voglia di ripagare ogni giorno nuovi cappelli; perciò fui costretto a separare con una barriera le scimmie dal pubblico. Anzi dovetti mettere fra le scimmie e il pubblico una parete di vetro, perché i visitatori offrivano continuamente cibi ai miei costosi animali; questi cibi non sempre erano adatti per loro, sicchè due volte la vita d'una mia scimmia fu in pericolo. (…..)