SPETTACOLO DI STRADA

 

di David GROSSMAN

 

(da "Qualcuno con cui correre" – OSCAR MONDADORI)

 

 

 

 

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Siccome non riusciva a sopportare quello che facevano Miko e i suoi compagni, si concentrava sui ragazzi.

C'erano mimi, prestigiatori, suonatori di violino e di flauto. C'era una ragazza con il viso triste che suonava il violoncello. Portava gli occhiali e un cappello rosso con la tesa rotonda, sottile, che non toglieva mai. Tamar si chiese com' era possibile scappare di casa con un violoncello.

C'era un ragazzo russo che faceva acrobazie su un alto monociclo e Tamar si ricordò di averlo visto nell'isola pedonale di Gerusalemme prima di arrivare lì.

C'erano due fratelli di Nazareth che facevano meraviglie sui trampoli e un ragazzo etiope che disegnava sui marciapiedi immagini incredibili di angeli neri e unicorni dorati. Un americano, ex ultraortodosso, disegnava a carboncino caricature dei passanti e anche all' ostello non si stancava di fare schizzi e tutti gli altri si erano abituati agli svolazzi nervosi della sua matita.

Un religioso con i capelli rossi di Gush Etzion, stranito e con lo sguardo spento, mangiava fuoco e lo sputava.

Due ragazze di Be' er Sheva che sembravano gemelle leggevano il pensiero, o almeno così sostenevano, e Tamar cercava di tenersi alla larga da loro.

C'erano almeno dieci giocolieri che maneggiavano palle, bastoni, birilli, mele, fiaccole e coltelli.

Un ragazzo alto, con gli occhi sfuggenti, aveva sviluppato una capacità particolare: imitava l'andatura dei passanti. Li seguiva per strada stando quasi appiccicato a loro e, senza che se ne accorgessero, ne imitava i movimenti, incoraggiato dalle risate del pubblico.

 

 

                                        

 

 

Una sera, a cena, Tamar scoprì che di fronte a lei stava seduta la ragazza che aveva visto una volta vicino alle Gatte, quella che si era esibita con le corde infuocate.

C'era anche una contorsionista, una ragazza di un kibbutz del nord con la faccia cattiva, che una volta, dopo la cena del venerdì, lasciò tutti a bocca aperta infilando il suo lungo corpo in una cassetta vuota di Coca-cola.

Un ragazzo giovanissimo, quasi un bambino, con un viso lentigginoso, era formidabile nel creare bolle d'ogni forma e grandezza.

Uno di Gerusalemme che si autodefiniva "poeta di strada", un ragazzo pallido con i capelli lunghi e unti, era in grado di scrivere in pochi secondi rime su ordinazione per chiunque fosse disposto a pagare.

C'erano anche cantanti come lei, e con una di loro Tamar ebbe occasione di scambiare qualche parola durante un viaggio ad Ashkelon, scoprendo che cantavano le stesse canzoni israeliane.

C'erano cantanti rap che tamburellavano su latte di vernice vuote, un suonatore di sega e un altro che riproduceva interi brani sfregando i polpastrelli sul bordo dei calici di vino.

C'erano almeno cinque chitarristi, come Shay, ma da quello che aveva capito mettendo insieme frasi smozzicate, nessuno suonava come lui. Di tanto in tanto qualcuno lo nominava con una sorta di rispetto velato di rimpianto, come se parlasse di una persona che non c'è più.

Ma lei, Shay, non l'aveva ancora visto.   [.....]