LE  STAMPE  DELL' UCCELLINO

 

di Augusto CAROLA

 

( testo pubblicato nella rivista “ Il Cantastorie “, n° 54 – 1998 )

 

 

 

 

Nelle campagne, nei giorni di mercato o di sagra, suonatori d'organetto, cantastorie o silenziosamente un girovago che recava un pappagallino nella gabbia di legno, offrivano dietro compenso di qualche moneta i variopinti "pianeti della fortuna".

Questi foglietti dal formato di 9 cm. per 12 circa, illustrati da una rozza vignetta, contenevano dei pronostici per il futuro a cui seguivano in calce alcuni numeri da giocare al lotto.

 

"SIGNORINA, è deliziosamente birichino il vostro sguardo. Signorina bella, e lo sapete perchè ve ne servite così bene!

Sono attorno a voi le pervinche, vellutate come i vostri occhi ed ognuna vi dice il ricordo dei tanti amici che la vostra bontà chiama. Sappiate cogliere la pervinca dell'amore che per voi è già sbocciata, fra le tante dell'amicizia."

 

I pianeti parlavano il linguaggio che era lo specchio della mentalità del tempo. Comunicavano traducendo le aspettative della gente comune.

A darne una significativa descrizione è il poeta siciliano Antonino Uccello:

"Questi "foglietti" hanno rappresentato una sorta di fata morgana, la vita "altra" cui le classi subalterne hanno sempre aspirato. L' "oracolo" racchiuso in questi "fogli" protrae nel tempo la segreta speranza dei poveri e degli sfruttati che possono trovar soddisfatta la loro aspirazione al benessere e alla giustizia sociale solo nell'evasione del sogno e della rappresentazione fantastica, così come avveniva nello spettacolo dei pupi e nelle "storie" dei cantori popolari. in cui il bene trionfa sempre sul male e la giustizia sull'ingiustizia. "

 

L'idea di stampare i pianeti, sarebbe attribuita a Giuseppe Pennaroli, un intraprendente tipografo di Fiorenzuola d'Arda. Secondo la biografia dello storico piacentino Ottolenghi il Pennaroli, rientrato nel 1866 dal servizio militare svolto a Torino, dove sembra avesse appreso l'arte del rilegatore, ebbe dal padre 500 lire che destinò alla sua nuova attività. I suoi affari andarono a gonfie vele, ma l'idea che lo rese più famoso in tutt'Italia e nel mondo sulla scia dell'emigrazione italiana, furono per l'appunto i pianeti.

Definito il piano di lavoro suddivise letteralmente l'umanità in sedici categorie: uomo, donna, uomo vecchio, donna vecchia, uomo ammogliato, donna maritata, uomo vedovo, donna vedova, uomo giovine, donna giovine, giovinetto, giovinetta, ragazzo, ragazza, bambino, bambina. Qualche anno più tardi, in un periodo sicuramente poco tranquillo della politica internazionale, si era aggiunta la diciasettesima categoria, quella del militare.

 

Ad ogni categoria vennero assegnati dieci differenti pronostici, per cui le previsioni furono 170, e sei milioni di pianeti stampati nel 1935 possono essere un eloquente esempio dell'interesse a quei tempi per questo genere di stampa.

 

Il successo del Pennaroli spinse altre tipografie che operarono nelle varie città italiane a seguire le sue orme. Così, via via apparvero i pianeti dell'editore Salani a Firenze, Artale, Marengo e Gayet a Torino, Ranzini e Lucchi a Milano, Casamara a Genova, Cairo a Codogno, Campi a Foligno, Vaselli a Roma, e Bideri a Napoli. Si stamparono pianeti anche a Canelli, Carpi di Modena, Novara, Reggiolo e Vercelli.

 

Le vignette stampate sui piccoli fogli multicolori furono realizzate in silografia: un tipo di incisione in cui la matrice era il legno. Ed i legni usati più frequentemente erano il pero, il noce e il sorbo.

 

L'idea di diffonderli è ben localizzata: i girovaghi, noti anche come "venditori di fortuna", provenivano quasi tutti dall'area delle Mainarde nel Lazio meridionale, e precisamente dai paesi di San Biagio Saracinisco e Valvori. Alla fine del secolo scorso molti sambiagesi cominciarono a spingersi verso mete allora impensabili come la Manciuria, la Russia e i paesi scandinavi dove facevano i suonatori ambulanti, e con il pappagallino distribuivano i "pianetini". I girovaghi di Valvori sceglievano prevalentemente i paesi dell'Italia settentrionale. Vi erano famiglie che si tramandavano il mestiere del cantastorie da tempo immemorabile, probabilmente prima che il Pennaroli cominciasse il suo lavoro. Alcuni fecero fortuna e si integrarono perfettamente nel paese ospitante, altri morirono di stenti. La fortuna che il loro pappagallino distribuiva ai passanti per pochi centesimi, invece non li aveva mai aiutati.