"GIANGILI"

           CONTASTORIE

 

 

 

 

 

" Radici e presente del mio raccontar storie "

   di Gianni “GIANGILI” Gili

 

 

" Autointervista "            

 

 

" Mi piacerebbe dirmi contastorie "            

   di Gianni “GIANGILI” Gili

 

 

" Tra novità e tradizione:
   il contastorie come “traduttore” del mondo "
          

   di Lucette LAFONTAINE

 

 

 

 

 

radici

 

RADICI E PRESENTE DEL MIO RACCONTAR STORIE

 

 

Questa è una storia. Una storia vera.

Una storia che mi riguarda. Un modo di interpretare la storia mia.

Tutto iniziò dal commento di una persona amica da tanti anni.

Mi disse : " Chi l’avrebbe detto che ti avrei trovato sulla strada a girare una manovella ! ". Già … non me lo ero immaginato neppure io, e tanto meno era una ipotesi prevista fra le risposte alla domanda antica : " Cosa ti piacerebbe fare da grande ? ".

A quel punto mi sono posto una domanda anch’io : " Quali strade ho percorso per giungere fin qui ? ".

Ho tentato la ricostruzione dell’itinerario...

 

 

ANNI ’20 / ’30     

 

 

Giovanni Bonanni è un infelice bambino orfano di una mamma scomparsa troppo presto e figliastro di una donna arida che il padre (fascinoso e conteso baffuto sottufficiale del “Pinerolo Cavalleria”) sposa troppo rapidamente.

Appena maggiorenne va via di casa con poco bagaglio ma con un violino.

Cerca lavoro a Genova e sopravvive suonando nei ristoranti: lì incontra il commendator Gerolamo Gaslini, celebre industriale nel settore alimentare, che lo assume nella propria azienda dove raggiungerà i massimi vertici aziendali. Come in una favola.

Intanto si innamora di una ragazzona biondona formosa quanto basta per colmare le di lui mancanze di affetto materno. Rosetta, in cerca di fortuna è costretta al lavoro di addetta alle toelette nel grande ristorante dove Giovanni suona. Si sposano. Come una favola.

Hanno anche la “Balilla”: è il massimo!

Giovanni Bonanni non ha il dono della chiaroveggenza e non prevede, all’epoca, che sarà mio padrino di battesimo qualche decennio più tardi.

Giovanni Bonanni, senza figli, promette di regalarmi il suo violino – portafortuna. Intanto si ritrova improvvisamente vedovo e, anch’esso come suo padre, si risposa in breve tempo. Del violino non ho più avuto notizie.

 

Lina Ferrero, è sua cugina.

Impara a suonare il mandolino frequentando la Società Operaia di Mutuo Soccorso “La Libertà” della quale è socio il padre Giuseppe.

Quando questi muore prematuramente, vedova e orfana osserveranno due anni di lutto stretto … nessuna musica dunque, né motivi per cantare … ma ricerca forzosa di lavoro.

Del mandolino si persero le tracce per sempre.

 

A Vercelli, la notte fra il 2 e il 3 dicembre 1939, un bancario e la sua legittima consorte ex - bancaria si amano: è sabato, e questo conferma la giustezza della data e la malinconia del rapporto.

Presto si saprà che quell’atto di desiderio non è privo di conseguenze che accompagneranno per sempre i due protagonisti.

Sarebbe stato il momento per vivere tutti e tre insieme le dolcezze e l’esaltazione dell’attesa comune: ma già vi è certezza di guerra. Mamma aveva già vissuto molto male la guerra d’Africa che li aveva costretti a rimandare il matrimonio …

E’ paura quella che sento giungermi nel pancione … forse per questo sono sempre stato avido di pace?!

 

Neppure Lina ha il dono della chiaroveggenza e non prevede, all’epoca, di diventare madre di una persona che, seppure in età avanzata, è possibile incontrare per la strada mentre intrattiene i passanti con un organo a manovella.

So come l’avrebbe presa se l’avesse saputo quando era ancora in vita: il viso severo delle occasioni – tragedia, gli occhi celesti che diventano verdi come nelle peggiori disapprovazioni, la ruga breve e diritta fra le due sopracciglia, immobile e attenta nell’ascolto dell’informazione … poi la mano sinistra che sale lentamente verso il viso e si sofferma sulle labbra … “Ah, cosa mi dice! Mio figlio sulla strada … Che figura! … Con tutti i sacrifici fatti … Gli ha dato di volta il cervello! … Me lo avessero detto non ci avrei creduto!”.

Questa le è stata risparmiata! Mamma non possedeva il senso dell’umorismo né dell’ironia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI ’40      

 

 

Nacqui quando l’ora segnata dal destino era ormai scoccata e papà era già al fronte. Il suo volto però non mi sarà sconosciuto (gli abbracci sì, e il suo ruolo pure… ): era nella fotografia appesa in cucina. In braccio a mamma, prima di andare a dormire, gli dicevo buona notte e gli mandavo un bacino. Al mattino gli dicevo ciao papà. Tutti i giorni.

Nei pacchi con pochi viveri che gli si spedivano nel lager tedesco, si infilavano i miei primi scarabocchi e anche le foto che mamma mi faceva. Non ci siamo mai persi di vista.

Il clima casalingo era quello meno adatto alla prima infanzia di qualsiasi bambino. Sirene dall’arme, fughe notturne in rifugio sotterraneo in mezzo a un prato, orsacchiotto consolatore nascosto nella valigia con pochi oggetti per la sopravvivenza, attese delle lettere dal campo di concentramento, cibi razionati.

I militari italiani prigionieri furono 600 mila. Nei lager tedeschi ne morirono 40 mila.  Poi papà tornò.

 

Appassionato di fotografia, mi insegnò a fotografare con la sua Voigtlander quando avevo sei anni: con l’immagine ho un rapporto che va oltre i bianchi – neri – grigi.

Mi insegnava a osservare e saper vedere. Se necessario spostarmi per cambiare il punto di vista.

 

Nonna Rosalia abitava con noi. Era nata nel 1875, a Torino.

Non so molto dei suoi genitori. La madre era una severa e autoritaria contadina savoiarda, di Bessans.

Quando la Savoia, nel 1860, venne donata alla Francia per l’aiuto che questa dette al Piemonte nella Seconda Guerra d’Indipendenza, i giovani fratelli Vincent decisero di trasferirsi sul territorio italiano, a Torino, all’epoca “la Capitale”. 

Anna Vincent incontrò un tubista torinese mite e se lo sposò. I figli le davano del “Voi”. Oggi sento la mancanza di tante informazioni … radici che si interrano e non riesco a seguirle …

 

La prima canzone me l’ha insegnata nonna Rosalia: raccontava di una leggiadra fanciulla chiamata “bela Gigogin”, e di un atto fisico che allora mi faceva ridere ma forse fu importante imprinting: “daghela avanti un passo” … su ritmo e parole della canzoncina mi insegnò a fare i primi passi.

Mi raccontava anche storie – filastrocche a struttura circolare quali: “La storia è bella, fa piacere raccontarla …” (in dialetto) e “C’era una volta un re che diceva alla sua dama …”. Mi piaceva molto quella della Peppina “che fa il caffè con la cioccolatta: la Peppina è mezza matta!”: la cioccolata la mangiavo rarissimamente ma ne ricordavo il sapore!

Avevo una grande ammirazione per la Peppina così divergente nei comportamenti.

 

Primo dopoguerra. La fatica della Ricostruzione è anche nei piccoli gesti della quotidianità dei singoli. In ciascuno è latente il desiderio di sosta, magari piccola.   Nel grande cortile della casa di Borgo San Salvario a Torino giungevano i suonatori ambulanti: li si sentiva avvicinarsi poco a poco, cortile dopo cortile. E poi eccoli: padri traenti e madri spingenti carrettini con pesanti pianole meccaniche a cilindro; i figliolini zigzagavano per raccogliere le monete avvolte nella carta che noi, affacciati  dalle lunghe ringhiere dei balconi, gettavamo loro.

 

Quando andavo al mercato con mamma, incontravamo il cieco: suonava la fisarmonica seduto su uno sgabello pieghevole che, all’atto di andarsene, ripiegava e appendeva al braccio; non portava gli occhiali neri, e le palpebre chiuse lasciavano intuire il vuoto retrostante; gli sedeva accanto, su uno straccio spesso, un paziente cane nero dall’aria buona (mai saputo il suo nome) dal cui collo pendeva un sacchettino di velluto rosso. Grande dignità di entrambi e musica che si fondeva con le grida dei contadini del mercato delle erbe. Una monetina e una carezzina erano rito quotidiano.

Solo anni dopo ho saputo il titolo del brano che suonava più spesso: “Speranze perdute”. Un classico … in tutti i sensi!

 

Durante la stagione invernale, sotto i portici della elegante via Roma, durante il pomeridiano passeggio domenicale della borghesia, esposto alle correnti di aria gelida, si incontrava “quello della cocorita”.

Era un ragazzo dal volto campagnolo con zigomi rossi, vestito con calzoni alla zuava di velluto marrone a coste larghe così come la giacca, calzettoni di lana rossi e scarponi con lunghe stringhe di corda, cappello con piumette colorate trattenute dal nastro.

Suonava un organo a manovella portato a bandoliera, attaccato al quale era un contenitore di pianetini della fortuna: si dava la moneta, si prendeva il foglietto, per un po’ si sognava di diventare ricchi come quelli che si incrociavano lì … che “girasse la carta della fortuna a mostrare la faccia benigna” insomma.

Invariabilmente mamma mi diceva: “Vedi dove si finisce se non si studia?”. Adesso so che lui aveva faticato dalla primavera all’ autunno lavorando la terra in campagna e d’inverno faticava a vivere girando la manovella. Per la piccola borghesia “essere sulla strada” era considerato segno di fallimento e condanna sociale.

No: non vidi mai la cocorita prendere col becco il pianetino e porgerlo all’offerente: zampettava sullo strumento apparentemente libera e basta.

Recentemente, in via Garibaldi, una coppia di zingari faceva lo stesso mestiere ambulante. Identici i pianetini della fortuna. La cocorita zampettava sulla scatola dei foglietti, ne prendeva uno col becco ricurvo e si voltava verso il passante.  Riscuoteva molto successo! Ho offerto 5 Euro per quella piccola grande emozione.

 

Mio padre era stato eletto membro di Commissione Interna presso l’Istituto Bancario San Paolo di Torino.

Partecipava agli scioperi che all’epoca prevedevano anche la modalità “a tempo indeterminato”.

Il rapporto con i lavoratori sull’ andamento delle trattative si manteneva con affollate e sovreccitate assemblee presso il capiente cinema “Corso”.

In attesa che tutti gli scioperanti confluissero nella sala proiettavano, a locale semi illuminato, cartoni animati : per questo mio padre mi portava con sé. Ero contento di ciò, ma c’era anche dell’altro: vedevo mio padre discutere di cose che capivo essere importanti e gli altri che lo ascoltavano con interesse e rispetto. Mi sentivo al sicuro con un papà così, e poi … non eravamo soli! Ricevetti un’ottima impressione dal Sindacato:

 

Quando gli uomini stanno insieme perdono il senso della loro fragilità

( non ricordo chi lo disse )

 

Alla scuola elementare “Rayneri” ero allievo del maestro Valzoano, pittore nonché suonatore di armonium. Era lui che dirigeva il coro scolastico (repertorio dell’epoca: inni e canti della prima guerra mondiale. Nulla che ricordasse la pur recente Lotta di Liberazione).

Ci fece mettere allineati, spalla a spalla, in lunga fila nel corridoio del primo piano della scuola. Davanti a me era murata la grande lapide con l’elenco alfabetico degli ex – allievi morti durante il primo conflitto mondiale: uno sterminio!

Si inizia a cantare “La leggenda del Piave”; il maestro Valzoano la fa ripetere perché colui che stona colga bene l’intonazione; dopo il terzo tentativo il maestro Valzoano inizia l’indagine: avvicina l’orecchio sinistro alle labbra di ciascun allievo, procedendo lentamente, piegato in due, da laggiù in fondo a destra verso la mia postazione …

E’ con una affettuosa carezza sul mio capo rapato che allontana per sempre l’educazione musicale dalla mia vita … E mi zittì per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI ’50     

 

 

Con papà, durante le passeggiate in collina, ci soffermavamo lungamente a osservare il divenire dei ghirigori argentei delle lumache: “Che bello andare dove si vuole, con la propria casa”.

 

Con papà, a carnevale, nella piazza delle giostre, si ascoltavano per ore gli imbonitori dei padiglioni d’entrata. No, non vi entrammo mai … due ingressi costavano più di un giro in giostra solo per me. E poi papà diceva che erano tutte prese in giro per i creduloni. Ma a me piaceva credere alla esistenza della donna con due teste, o alla donna giraffa, all’ uomo che resisteva alle scariche della sedia elettrica, alle donne volanti.

In quanto preadolescente rimanevo turbato dalle movenze dell’ odalisca Tamara “la bella del Luna Park” e, come il serpente boa che le si strusciava addosso, rimanevo incantato anch’io.

 

Posteggiati dietro i padiglioni c’ erano le “carovane”, i carrozzoni – abitazione delle famiglie dello spettacolo viaggiante: papà ed io invidiavamo l’Altrove, possibile per loro come per le lumache.

 

D’estate era un divertimento assistere alla vendita all’asta delle angurie nel grande mercato di Porta Palazzo, o ascoltare i venditori di piatti che eseguivano “concerti di campane” facendo cozzare fra loro due insalatiere e accompagnando il suono con movimenti ondulatori delle braccia.

 

Accanto a questi si esibiva un signore dalla testa di Mangiafoco, che davvero faceva il mangiafuoco oltreché il mangialamette da barba e cocci di vetro : erano tempi in cui la fame era molta. Questi arrivava con i suoi strumenti su una carriola, catturava gli sguardi curiosi dei passanti, cominciava a parlar loro di quanto fosse difficile campare e delle disgrazie che l’avevano portato a fare un mestiere così rischioso da essere spesso ricoverato al pronto soccorso … la gente si fermava … era già spettacolo.

Lui faceva posizionare il pubblico in largo cerchio e incominciava l’esibizione al centro. Iniziava sempre con un numero di escapologia, proprio per valorizzare la sua corporatura gigantesca e muscolosa: con contorcimenti esasperati e smorfie dolorose, accompagnate da spaventevoli grugniti, si liberava di un groviglio di pesanti catene (prima fatte soppesare ad alcuni del pubblico) avvoltegli intorno al corpo da volenterosi giovanotti.

Sulla carriola c’era anche un enorme parallelepipedo di pietra, lastrone di pavimentazione della Torino umbertina: sfiancava l’occhio al solo guardarlo, ma nessuno vide mai il Maciste sollevarlo!

 

Tutte le estati andavamo a trovare il cugino Fiorenzo nella sua cascina, a Bianzè.

Coltivava riso. Tradizione di famiglia.

C’ erano libellule che si immobilizzavano improvvisamente nello spazio come angeli curiosi, e zanzare … tante zanzare; ma anche cani, conigli, polli, paperi, maiali enormi, mucche e vitelli e rondini nelle stalle tiepide, e cavalli da risaia monumentali per le loro natiche possenti. Un’arca di Noè odorosa e rumorosa.

C’erano le mondine, decine e decine, in lunghe file nell’acqua, piegate e piagate dal sole e dalle sanguisughe e parassiti vari. Ce n’era sempre una che intonava un canto e le altre seguivano e dall’ acqua saliva la melodia come un vapore .

La sera le rane instancabilmente loquaci, assordavano e sorprendevano noi di città.

C’erano lucciole a migliaia: palpitanti folgori navigavano nel nero.

 

A Fiorenzo Garavana attribuirono, nel 1978, la "Spiga d’oro": fu ricercatore e selezionatore di valore che “creò” alcune varietà di riso ad alta resa: regalò il brevetto ai vietnamiti per aiutarli nella fase di ripresa del Paese dopo la vittoria sugli Stati Uniti.

Durante la guerra aveva aiutato i partigiani. Era considerato la "pecora rossa" della famiglia.

 

In casa il giornale quotidiano era sempre presente.

Mia nonna, che si alzava molto presto, lo ritirava dalla cassetta delle lettere e lo leggeva per prima. Ciò che la colpiva lo commentava durante la giornata e spesso leggeva ad alta voce brani degli articoli. Non si interessava di politica, anche se le sarebbe stato utile: aveva votato monarchia al referendum istituzionale del 1946.

Nonna si appassionava alle storie maledette.

Nel periodo fascista non si pubblicavano notizie di nera: il fascismo voleva si credesse essere tutto benessere e armonia. Forse mia nonna aveva patito una crisi di astinenza. Si gettò con l’avidità di un vampiro su tutto quel sangue fresco.

Erano gli anni degli efferati delitti e dei grandi processi: a Maria Pia Bellentani, a Rina Fort, a Fenaroli e Ghiani, quello Montesi, il caso Sutter … Tutti delitti passionali, amori-tradimenti-eliminazioni, fra adulti.

Venivano pubblicate le arringhe degli avvocati con botte e risposte gonfie di oratoria retorica e sentimentalista.

Tutte storie vere che nonna raccontava mettendo anche del suo nella narrazione e soprattutto nei personali giudizi: tutti erano da lei condannati … compresi avvocati e giudici. Nessuna pietà.

Nelle strade i cantastorie narravano gli stessi “fatti” in rima, e vendevano i fogli volanti con testo e immagine a 5 lire. Ne ho una collezione.

 

C’era naturalmente la radio.

Giornalisti lontani sapevano “far vedere con le orecchie”: il Giro di Francia, la tragedia di Superga, il salire dell’acqua nel Polesine e la disperazione delle famiglie i cui membri dispersi si cercavano da un campo di accoglienza all’altro utilizzando la diretta radiofonica … erano le voci di Sergio Zavoli, Nicolò Carosio, Lello Bersani…

 

La famigliola era unita nell’ascolto del Festival di San Remo: ciascuno compilava la propria personale classifica. Il giorno dopo si acquistava il canzoniere, e già si sentivano cantare e fischiettare i nuovi motivi per le strade (ma non erano tempi spensierati). Il “genere sanremo” era popolato di nostalgia per la mamma, barche che tornavano sole, avanti e indrè a doppio senso, papaveri e papere, postine che baciano con la luna piena … molti le ricordano ancora adesso. Poi venne il volo di Domenico Modugno.

 

Quando arrivò la televisione, la trasmissione “Lascia o raddoppia” si andava a vederla al bar sotto casa.

 

Al cinema si andava il sabato, pomeriggio. Cinema italiano in bianco e nero, molto parlato. Neorealismo. Anche Totò e Fabrizi.

I cartoni animati di Walt Disney di quegli anni li vidi tutti. Indimenticabili “Saludos Amigos” e “I tre Caballeros” con Paperino, Pippo e Josè Carioca che, per la prima volta nel cinema, interagiscono con attrici umane ballerine e cantanti di grande fascino sudamericano: le sorelle Aurora e Carmen Miranda che cantavano e dimenavano il samba di “Brazil” e “ Tico tico”. A colori !

L’offensiva culturale USA inviava ogni anno nei cinema italiani 700 film americani: western dove i cattivi erano i pellerossa, e commedie o film musicali che promuovevano lo stile di vita quotidiano capitalistico-americano. Avevano colonne sonore e canzoni indimenticabili e orecchiabili: “L’amore è una cosa meravigliosa”, “Amado mio” (Gilda), “Il valzer delle candele” (Il ponte di Waterloo), “Cantando sotto la pioggia”, “Il ponte sul fiume Kwai” …

 

Mio padre era affascinato da Rita Hayworth. Non somigliava a mia madre.

Al cinema imparai a innamorarmi “di un certo tipo” di donna. Intendo dire dare una immagine al mio desiderio. In sequenza di decenni furono Leslie Caron, Audrey Hepburn, Geraldine Chaplin, Annie Girardot.

Mai incontrata una come loro nella vita reale.

 

Da grande volevo essere Gary Cooper.

Da bambino giocavo a indiani e cow-boys con i soldatini, e a sceriffo e banditi con gli amichetti nel grande cortile. Avevamo pistole di latta, cappelli di cartone, fazzoletti da naso a quadretti per nascondere il volto.

Andavamo a vedere tutti i film western.

Da grande volevo essere Gary Cooper: non era uno smargiasso, non era un duro violento, era rigoroso, deciso, elegante nel gesto misurato, capace di schierarsi dalla parte giusta solo contro tutti, a qualsiasi costo, pur di non rinunciare ai propri valori.

“ High Noon – Mezzogiorno di fuoco ”: formativo !

Volevo essere Gregory Peck: anche i suoi personaggi erano tranquilli, inflessibili, moralmente integri, coraggiosamente caparbi, contenuti nelle emozioni.

Ero adolescente e avevo bisogno di figure mitiche di riferimento simbolico. Quei personaggi erano eroi che sconfiggevano il Male e liberavano dal pericolo famigliari e amici. Rappresentavano ciò che avrei voluto essere da grande.

 

Le scuole medie le frequentai presso i salesiani (mio padre era di formazione cattolica).

Si studiava molto, si pregava tanto, il processo di forgiatura dei giovani virgulti era opprimente e convincente: volevo fare il coadiutore missionario laico (no, non il sacerdote!) in Africa: credo che a questa fantasia concorressero, oltre la propaganda dei preti, le letture salgariane e le belle fotografie scattate da papà durante la guerra d’Africa.

Poi venne il temporale !

Gli anni ’50 in Italia furono anni di “guerra fredda” rinfocolata localmente dalla presenza del Vaticano sul territorio nazionale, ma anche di ricostruzioni: di case, di strade, di attività produttive, di famiglie, ma anche di diritti per ogni uomo e ogni donna cittadini e lavoratori.

 

La classe operaia della Fiat, per rilanciare l’ azienda e aumentare l’occupazione, progettò e propose ad Agnelli la produzione di una “vetturetta” a basso costo: assomigliava a quelle che poi si chiamarono “Fiat 600” e “Fiat 850” … ma la direzione in quegli anni era impegnata a licenziare i dissidenti.

 

Dunque venne il temporale !

Si era in aula, lezione di italiano con don Romeo Cipollat.

Dalla via sottostante rumori inconsueti che attirano all’esterno l’attenzione uditiva, vociare di folla che cammina, la frase: “Pane e lavoro” urlata in coro, e poi il canto  “Bandiera Rossa”. In quel momento un colpo di tuono fece tremare l’edificio e sobbalzammo tutti.

Don Romeo interruppe la lezione e disse essere il tuono la risposta di Dio a quegli sconsiderati: subimmo un comizio impietoso verso la fatica di chi lavora e i loro svantaggi culturali; poi ci fece alzare in piedi e pregare “per quegli scomunicati”: si invocava Dio perché li perdonasse dell’inferno di sfruttamento al quale erano sottoposti ?!

Intanto i “moretti” da aiutare col mio fantasioso missionariato africano sbiancavano ad ogni frase. Se a ciò si aggiungono le tempeste ormonali alle quali ero soggetto come ogni adolescente e che non volevo esorcizzare con il celebre motto di Domenico Savio “La morte ma non peccati”, ed inoltre il silenzio imbarazzato di mio padre quando raccontai l’accaduto … beh, si spiega perché quel colpo di tuono lo interpretai come un ultraterreno accento sulla parola “…trionferà”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI ’60     

 

 

Forse è una questione di eredità genetica o culturale o forse è il caso. I nonni erano entrambi tipografi, di qualità. Dopo aver consumato quantità industriali di matite colorate e fogli di carta fin dalla prima infanzia decido di dipingere sul serio: ci provo per una decina d’ anni e vinco anche un Premio internazionale. Ma debbo procurarmi un lavoro vero per sostenere le spese .

Faccio il disegnatore in uno studio di progettazione edilizia: paghe da fame , nessuna tutela. Il contratto di lavoro dei dipendenti da studi professionali non esiste.

“Allora facciamolo !”.

Organizzo lavoratori, faccio assemblee, si fonda il sindacato di categoria, scrivo la bozza di contratto, vengo licenziato per rappresaglia antisindacale … ma poi si ottiene il contratto valido ancora oggi.

 

Sono anni di cortei e manifestazioni che sarebbero piaciute a Pellizza da Volpedo.

Sono anni di ricostruzione dell’ unità sindacale e della partecipazione diretta dei lavoratori alla vita politica e nei processi di formazione delle decisioni.

Si cantava tutti insieme, anche gli stonati come me, e si ricordavano le parole a memoria perché quei testi dicevano cose che sentivamo dentro ed erano i nostri desideri che diventavano parola e gesto e suono e progetto di futuro.

Incominciano a chiamarmi col nome–soprannome di  “Giangili”, che mi identificherà per sempre.

 

Nelle fabbriche, dove i lavoratori si ritrovavano accomunati dalla fatica della condizione di lavoro, si protestava, si criticava, si elaboravano proposte che venivano stampate su “volantini” poi diffusi perché quelle idee diventassero conoscenza comune. Qualcosa di molto simile al ruolo di controinformazione svolto spesso dai “fogli volanti” dei cantastorie … o no ?!

 

C’era guerra nel Viet Nam: per l’ ARCI organizzai in Piemonte il lungo tour  “Chitarre contro la guerra” con Ivan Della Mea, Giovanna Marini, Paolo Ciarchi, Jo Garceau (cantautrice contestatrice americana di origine pellerossa, poi fondatrice dell’Unicef Italia e ideatrice del Progetto Pigotte), Fausto Amodei, e anche il gruppo de “I Cantambanchi” che proseguono la loro militanza canora ancora oggi.

Vincemmo quella guerra !

 

Nel 1965 l’indimenticabile “Folk Festival” di Torino.

Nel ’67 collaborazione con Sergio Boldini, etnomusicologo romano, alla sua ricerca sulla canzone di lotta.

 

Avevo una storia con una ragazza che mi cantava canzoni quando facevamo viaggi in auto. Era stata a Milano ad ascoltare “I Gufi”: sapeva i testi, anche alcune canzoni di Brassens … così finiva che si partiva in due e si viaggiava in tre: con lui, “Il gorilla”, stretto sui sedili posteriori della “600”.

 

E poi c’era il jazz ! Vecchi 78 giri, il primo stereo, il primo “Gelosino”, e tanti microsolchi, e i pochi concerti italiani dei miti americani: da Kid Ory a Gerry Mulligan, da Armstrong al Modern Jazz Quartet, a Chet Baker, a Ella Fitzgerald. Un grande amore non ancora spento.

 

Che notte quella notte! Aspetti che l’evento si compia da un momento all’altro e rischi la ritenzione urinaria. 20 milioni in Italia.

Finalmente il piede di Armstrong (non il jazzista) viola il suolo lunare.

Sono le 4,54 del 21 luglio 1969. Ho visto l’evento che nessuno prima aveva visto. L’orma di stivale astronautico si stampa nella polvere selenita. Dove andrà a posarsi nel completamento del passo?

L’exploit della tecnologia USA è riuscita a meravigliare il mondo.

Il vero sbalordimento l’avevo vissuto anni prima, nel ’57, quando in orbita andò la cagnolina sovietica di razza meticcia Laika, poi morta in orbita per cause mai chiarite.

Noi pubblico ci chiedemmo se gli astronauti sarebbero riusciti a rimettere i piedi sulla Terra! Arrivarono.

Il colpo di scena avvenne qualche tempo dopo. Forse fu tutta finzione, tutto fu solo un film. Se così fosse non mi dispiace aver vissuta l’emozione vera frutto di una messinscena.

A me piace credere al complotto, mi intriga di più, ci sono più cose da vedere di quante se ne siano trovate sulla Luna.

Nel 1978 uscì il film “Capricorn One”: spiega tutto, da vedere.

Di noi spettatori possono fare ciò che vogliono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI ’70 / ’80     

 

 

Conobbi Baldo Gastaldello, ultimo della generazione di giostrai “Re delle gabbie volanti” . Mi raccontò tutto delle attrazioni del Luna Park e frequentai l’ ambiente: conobbi i proprietari di quelle attrazioni che mi conquistavano 30 anni prima.

Mi insegnò che “la strada” si può desiderare e praticare . Con lui sono entrato nelle carovane delle grandi famiglie giostraie … bellissima quella dei Piccaluga “Re dell’autoscontro” (collezionisti di oggetti e immagini che sono la storia della vita di generazioni di famiglie viaggianti, e della loro inventiva per sbarcare il lunario divertendo il pubblico. Posseggono alcuni maestosi organi da fiera a cartoni : vere opere di arte scultorea lignea e di liuteria e meccanica ).

Baldo riuscì quasi a convincermi all’ acquisto di una giostrina per bambini … ma mi mancò il coraggio !

 

Con un gruppo di una decina di persone demmo vita al  “Centro Multimedia” della Camera del Lavoro di Torino.

Per anni, muniti di registratori audio, videoregistratori e macchine fotografiche, censimmo visivamente le manifestazioni, promuovemmo nuove forme di intervento comunicativo, intervistammo vecchi e giovani operai, delegati, responsabili sindacali CGIL - CISL –UIL, realizzammo mostre, producemmo video ...

Nel 1973 fummo invitati al convegno “L’altro video” nell’ambito della Mostra Cinematografica del Nuovo Cinema di Pesaro.

Nel 1979 Renato Sitti ci invitò al “Centro Etnografico Ferrarese”: lì organizzò una  conferenza e mostra documentaria dei nostri materiali e delle nostre ricerche sulle forme e strumenti di comunicazione usati dal Movimento Operaio negli anni della partecipazione (bandiere, striscioni, cartelloni e cartelli illustrati, dazebao,  manifesti e volantini illustrati, tamburi, trombe, campanacci, fischietti, registrazioni audio e video, fotografie e video, e le grandi figure in gommapiuma, dell'ormai noto scenografo teatrale Pietro Perotti, che per la prima volta facevano satira politica ambulante durante i cortei): fu il riconoscimento del lavoro di innovazione del linguaggio espressivo operaio usato nelle manifestazioni di massa, operato dal Sindacato Unitario torinese che aveva il nostro gruppo di lavoro quale riferimento.

 

Prese corpo un archivio di 40.000 fotografie e centinaia di ore di video documentazioni di lotte e videointerviste che ricostruivano, attraverso episodi autobiografici, la storia del fare politica e sindacato a Torino dal 1900 agli anni ‘80.

Storie feroci di padroni e polizia e operai, di cittadini e governanti, storie amare di fame grama, di gioie troppo brevi, di separazioni e attese dolorose, di incertezze sul domani che impediscono di vivere l’oggi con serenità … eppure sempre con la certezza in cuore che là, da oriente, sarebbe spuntato il sole anche per "i poareti"… prima o poi …

Un’esperienza fra le più significative della mia vita.

Le immagini fotografiche non sono andate perdute. I video, depositati presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma per essere conservati … sono andati distrutti per incuria del gruppo dirigente dell'epoca !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI ’90     

 

 

Liberato dall’attività lavorativa, promuovo laboratori di scrittura autobiografica all’Università della Terza Età: racconti orali e scritti di eventi individuali e collettivi, vite vissute con amore e rabbia senza mollare, resistenze piccole e silenziosi eroismi, memorie di immagini e di parole dette o ascoltate, di letture, e qualche canzone che fa da colonna sonora alle emozioni più intense.

Alla fine dell’anno accademico facciamo esposizioni di parole.

Raccontiamo storie.

Ascolto le favole della loro infanzia e ascoltano le mie storie: dalla vita–romanzo di Emilio Salgàri e dei suoi Altrove, alla storia del lupo del Gévaudan, alle leggende metropolitane, ai racconti di stalla, alle vicende di sangue di Hollywood Babilonia …

E allora mi accorgo che esse (le storie) sentono desiderio di musica !

Ma non so suonare !

Musica Meccanica ! Ecco la strada !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI 2000           

CON L’ORGANO

A MANOVELLA

 

 

Sì, l’ organo è lo strumento che fa al caso mio. Ma quale ?

Ho cercato l'opinione di esperti, visitato festival per vederli all'opera.

Ho visto tanti strumenti e chi li suonava, ne ho sentite le musiche, osservata la fatica e delicatezza del trasporto e del girare la manovella, i problemi di chi si trovò con lo strumento da accordare. Ho visitato siti Internet di artisti, costruttori, noteurs …

 

Ho scelto un organo di barberia leggero,  poco ingombrante, di grande sonorità, sempre accordato, non faticoso nel girare la manovella: è un “Fournier 35 note E” parzialmente elettronico (quale benedizione sarebbe stata per tanti ambulanti che vivevano il peso e l’ingombro del loro strumento come una croce quotidiana! Oh, nulla contro chi predilige strumenti musicali di grande artigianato ligneo!).

L’ho battezzato “Baldo”.

Uno strumento per produrre musica, ma non per commemorare con oggetti, suoni, costumi i “bei tempi”, che tali non furono.

La proposta è altra: raccontare storie.

 

Da 15 anni abito in una breve via di Torino che neppure i taxisti ricordano dov’è ubicata. Ho sempre ritenuto che la scelta di essa fosse avvenuta all’ insegna della casualità.

Raccontavo storie in una festa di strada e mi sorprendo collocato vicino ad una esposizione di auto d’epoca. C’è anche una persona amica collezionista e restauratore di auto antiche con la sua “FIAT 514”. Anche lui è sorpreso di vedermi impegnato in una attività che non avrebbe supposto.

Elettrauto e meccanico: uno che le macchine lo capiscono e come lo vedono avvicinarsi si mettono a funzionare al meglio per fare bella figura! Magia o miracoli! Preparatore di motori per competizioni. Officina tappezzata di fotografie di auto vittoriose: gli ex voto di rallysti campioni del mondo!

 

Lì, sulla strada, mi fa un regalo: mi racconta che per molti anni, a pochi passi dal portone di ingresso di casa mia, sull’angolo della strada, posteggiava un suonatore di pianola meccanica. La pianola era nera, la manovella di ottone luccicante, il carretto a due ruote di legno verniciato; il suonatore era alto, magrissimo, anch’esso nero di capelli e abiti.

Non sono più certo di essere venuto ad abitare qui “per caso”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

autointervista

Dovresti scrivere su ciò che porta le persone a volere una storia. A volere il racconto di storie. Vita ordinaria di gente ordinaria, come in Simenon. Non si può dire come sia la vita, come il caso o il fato abbiano a che fare con la gente, se non raccontandone la storia. In generale, solo questo si può dire: sì, è proprio così che è andata. […] Senza eventi, sembriamo incapaci di vivere; la vita diventa un flusso indifferente, siamo a stento capaci di distinguere un giorno dall’altro. È la vita stessa ad essere piena di storie.

 

(Hannah Arendt, “Lettera a Mary McCarthy”)

 

 

 

AUTOINTERVISTA

 

    

 

 

D.: Le storie che racconto, sono storie finte o sono storie vere ?

 

R.: Le storie non sono mai del tutto “finte”, neppure quelle più esplicitamente inverosimili e fantastiche.
Racconto perlopiù storie reali e documentate.

 

 

D.: Ma sono storie tristi o divertenti ?

 

R.: Ci sono le une e le altre.
Ma non bisogna fidarsi delle apparenze: perché chi racconta ha il feroce potere di dissacrarne il contenuto (se con buona pace degli autori non si sa …).

 

 

D.: Sono storie vecchie o nuove ?

 

R.: Ci sono le une e le altre: il narratore fa del suo meglio perché fra esse si stabilisca un “ponte di cuore” che le rende tutte attuali.

 

 

D.: Ma a che cosa servono le storie ?

 

R.: In questo periodo storico sono avvenute mutazioni così rapide da indurre un vortice che ha sconvolto il vocabolario, scindendo vocaboli da definizioni: ciò crea confusioni e distorsioni sul modo di interpretare le vicende del mondo, nel modo di concepire i rapporti sociali e il proprio vivere quotidiano.
Le storie aiutano a ricuperare la memoria del senso delle parole: nelle storie chi uccide è chiamato assassino, chi ruba è ladro, chi turlupina è ciarlatano, chi spara sul popolo sono i cattivi, le fitte schiere di gente che reclama i propri diritti sono i buoni, la pace non si porta con la guerra ma con l’uguaglianza e la giustizia sociale… e se il re è nudo c’è chi osa dirlo.

 

 

D.: Ma sono storie politiche ?

 

R.: Mah… non più di quanto non lo siano gli hamburger di McDonald’s con Coca Cola, le discoteche nelle quali non si parla e si spaccia, certi show televisivi con comici che diffondono qualunquismo, e le offerte “prendi oggi ciò che vuoi  e non pensarci… pagherai fra tre anni”.

 

 

 

Se il nonno non racconta
e il nipote non ascolta,
si rompe il filo della vita
 

( proverbio friulano )

 

 

 

 

 

piacerebbe

MI  PIACEREBBE  DIRMI  CONTASTORIE

 

    

 

Organizzazione del lavoro e metodologie di un contastorie con organo a manovella

 

di Gianni - GIANGILI - Gili

 

 

 

1.  INTERROGARSI

 

1a.  PERCHÈ  LO  FACCIO ?

 

È l'epoca delle luci e lustrini, dei bei corpi, degli effetti sonori che non esistono in natura, delle relazioni virtuali, della stregoneria del non reale ...

Non so cantare, non so suonare, ho avuto una mamma che mi ha fatto credere che suonano per le strade coloro che non hanno voglia di lavorare. Ho una pensione che basta appena per vivere e non dovrei sprecarla in spese senza ritorno. E allora perché faccio il contastorie? Perché vado per strade a (in)trattenere la gente per scambiare parole?

 

Forse perché il tempo di vita è ormai ridotto e, come dice Danny Bootmann T.D. "Lemon" Novecento il più grande pianista sull' oceano: "Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla"... io, tu, lui "siamo la nostra buona storia" ( “Novecento” di Alessandro Baricco - Ed. Feltrinelli ).

 

Il mio rapporto con la musica popolare e le storie è radicato nella mia prima infanzia.

Nonna Rosalia mi incitò a fare i primi passi nel mondo con "daghela avanti un passo" della "Bella Gigogin": canzone risorgimentale utilizzata già da sua madre per insegnarle a camminare: era la seconda metà del ‘800.

Nonna Rosalia mi raccontò la prima storia della mia vita il cui senso è analogo a quello di Baricco - Novecento: "C' era una volta un Re che diceva alla sua serva raccontami una storia! E la serva incominciò: C' era una volta un Re che diceva alla sua serva raccontami una storia...". Essa raccontava la più straordinaria storia della sua vita e anche di quella del Re : quella di un Re che chiede una storia alla propria serva! Quella di una serva che si sente chiedere una storia dal proprio Re, e lo ha quale pubblico eccellente in suo potere (novella Sharazad)!

  

  1b.  COME  NOMINARE  CIÒ  CHE  FACCIO

 

Ho tentato di dare un nome a me e a quello che faccio:

un itinerante /

che intrattiene /

se stesso e altri /

con narrazioni /

con musica dal vivo /

e con una forte componente relazionale.

 

Mi piacerebbe dirmi contastorie.

  

  1c.  MAI  SOLO

 

Quando sono sulla strada sono sempre in compagnia del mio vissuto. È così: non ci si può mai liberare di lui !

 

Con me ci sono gli "incontri straordinari" della vita, e anche quelli "ordinari" che prima o poi diventano straordinari anch’essi:

-  il padrino col violino

-  la mamma col mandolino

-  il maestro che mi ammutolisce

-  il cane col fisarmonicista cieco

-  l' ambulante con la cocorita

-  "Madama" Rolfo e le canzoni di S. Remo

- le “Chitarre contro la guerra” nel Viet Nam, di Della Mea, Ciarchi, Bertelli, Jo  Garceau, Fausto Amodei, Michele Straniero, I Cantambanchi

-  il Folk Festival di Torino

-  Daffini con Carpi, Balistreri, Mantovani, Bueno, Marini

-  Nonò Salomone davanti una fabbrica in lotta, Franco Trincale con i cartelloni in piazza a Milano

- Gerry Mulligan, Stan Getz, Chet Baker, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong non riuscii a vederlo perché avevo la tonsillite.

 

Con me ci sono le consuetudini familiari: l’immagine grafica e i due nonni tipografi, papà fotografo, i disegni di mamma, la nonna sarta, i miei dieci anni di attività pittorica, e poi la breve esperienza di autore televisivo.

Con me ci sono l' attività sindacale che è ascolto e vicinanza con il quotidiano, con la fatica di vivere, con le lotte per il cambiamento. Ed anche lo sforzo di collocare il particolare nel contesto storico generale e viceversa.

 

Con me ci sono il lavoro di ricerca e le sperimentazioni su forme e strumenti di comunicazione: volantini (i fogli volanti del Movimento Operaio), manifesti, cartelloni per le sfilate del 1° maggio (sui quali rendere visibili graficamente         l' utopia del cambiamento), murales, dazibao, teatro di strada.

 

Con me ci sono le storie di vita di persone semplici, raccontatemi durante corsi di scrittura autobiografica.

Con me ci sono i luoghi frequentati.

Con me c'è la storia del mio tempo e anche l' altra.

Con me c'è tanto altro ancora che neppure riesco ad immaginare: ma per il contastorie è importante sapere che c'è!

 

1d.  CONTASTORIE  COME  AUTOTERAPIA

 

Uso i talenti ricevuti e le risorse accumulate, faccio nuovi investimenti.

Colmo mancanze, curo ferite, accendo luci.

Con la musica meccanica anch'io riesco a produrre musica, riscattando la frustrazione dell'essere stonato.

Mi esprimo creativamente. Ricerco, imparo, sperimento. Utilizzo esperienze.

Mantengo la consuetudine al rapporto con la gente.

 

Ritorno al gioco e all'infanzia mantenendo vivo il fanciullo che è in me e il ricordo di allora con papà, mamma, nonna, gli amichetti del cortile, i film del cinema della parrocchia, e anche tutte le altre memorie dell’età dell’oro, anche quelle allora sgradevoli.

 

Rimetto ordine nella mia storia di vita trovando i modi per renderla raccontabile: intanto a me stesso. Racconto e mi racconto.

Da troppo tempo non ho più nessuno che racconti storie proprio per me. Questa è la condizione per raccontarmele e ascoltare che me le racconto. E scoprire che se si parla di sé si parla molto anche degli altri. E questo fa sentire meno soli.

Le storie, anche le più fantasiose, sono collocate in spazi e tempi definiti, anche quelle che non precisano luoghi ed epoche. "C'era una volta, in un paese lontano ..." ci rimandano un tempo che non c'è più e con esso tutto è scomparso. Anche i protagonisti naturalmente. Ma non i ricordi e la memoria delle emozioni.

 

Raccontare storie, soprattutto storie reali, aiuta a cogliere il trascorrere delle epoche, l'appartenenza ad un tempo storico, la finitezza di uomini e cose. Aiuta ad accettare anche il proprio termine, a farsene una ragione. Aiuta il distacco, pur nella consapevolezza che la propria vita non è stata sprecata.

Aiuta a imparare a lasciare andare e regalare quanto di prezioso si è accumulato: le storie per spiegarsi il mondo, appunto! Che sarebbe il senso dei fatti.

 

 

2.  LAVORO

 

2a.  STRUMENTI  E  LINGUAGGI

 

La curiosità del pubblico è richiamata per mezzo della vista e dell' udito con:

- organo a manovella che utilizza cartoni forati, e la cui struttura meccanica e suono risultano desueti

- parascena (un pannello collocato sul fronte dell’organo, analogo a quella struttura teatrale decorata che fa da cornice esterna allo spazio in cui si recita), forato nel centro per consentire la migliore propagazione del suono, di grande impatto decorativo; sostituibile per adeguarlo ai diversi generi di spettacolo (esemplificando: donna seduta con cane Nipper, quello del logo “La voce del padrone”; locale jazz; scena natalizia; bestia del Gévaudan; mamma giunonica; sala cinematografica...)

- carrello mobile e ripiegabile per sostenere e spostare l’organo, ornato con strisce multicolori e con sonagli evocative dei giullari medievali

- cartelloni con immagini spettacolari, su sostegni smontabili

- valige pesanti di cartoni musicali

- teatrino giapponese kamishibai inserito sull' organo (quando si raccontano storie per bambini)

- tavole illustrate con le storie per il kamishibai

- scenografia quale fondale (quando ci sono le condizioni di sostegno)

- grande telo steso a terra per definire un' area più intimamente relazionale, con tappetini per la seduta degli spettatori

- oggettistica di scena, quali: mazzo di fiori, luci colorate, oggetti rumorosi, fuochi artificiali, bolle di sapone e getti di coriandoli negli spettacoli per bambini, pupazzi, fotografie…

- abbigliamento spesso rigorosamente nero, con pochi dettagli colorati: sciarpine, cappelli curiosi

- parola mai urlata (raramente utilizzo il microfono) e con scarse drammatizzazioni

- scarsissima gestualità

- vicinanza... molta vicinanza

Lo spazio utilizzato è di mt. 4,00 X 2,00

Ogni oggetto presente in scena, ogni musica, ha una storia che può essere raccontata, compresa la storia personale del narratore.

 

L' artista di strada dovrebbe riuscire a fare spettacolo con poche strumentazioni per rendere più agevoli gli spostamenti, e contenendo il più possibile gli investimenti per i materiali. Queste condizioni non sempre è possibile rispettarle, considerando volume e costi dei cartoni musicali e dei cartelloni.

 

2b.  FORMA  E  FASI  DELLO  SPETTACOLO

 

L'organo incuriosisce sempre perché non è consueto incontrarne. Molti non l'hanno mai visto né supposta l'esistenza. È spettacolo di per sé.

Girando la manovella suono musiche che la gente riconosce.

Guardo in modo intenzionale chi passa, cogliendone lo sguardo quando è ancora lontano. A volte faccio un cenno di saluto e di richiamo.

E arrivano. E si fermano. Vogliono vedere l'oggetto che suona, e mi girano intorno curiosando.

Chiedono spiegazioni sul funzionamento... e allora racconto la storia della musica meccanica.

Più in là chi passa vede la scena e coglie lo sguardo interessato di chi ascolta e si avvicina a sua volta senza paura.

Saluto il nuovo venuto e riassumo per lui quanto stavo dicendo, ma aggiungendo qualcosa di nuovo per mantenere viva la curiosità dei primi arrivati.

Suono una nuova musica e la metto in relazione con un cartellone.

Racconto qualcosa con elementi fortemente autobiografici: mi offro. E questa è sicuramente una novità!

 

Si è formato un piccolo treppo stretto, di per sé alternativo alle separatezze dei rapporti virtuali, oggi così diffusi, e alla comunicazione urlata.

Per ogni storia o brano musicale c'è un preambolo attraverso il quale si giunge al cuore del fatto.

La fase centrale è caratterizzata dal "raccontare a manovella", evitando le pause anche quando cambio cartello o cartone musicale. Inserisco parole anche quando la musica non ha un testo da raccontare (l'organo si suona con gesto meccanico che non necessita grande concentrazione interpretativa).

Non interrompo mai la relazione visiva con gli occhi di ciascuno del treppo e spio le espressioni, anche fugaci, sui loro volti per apportare modifiche di linguaggio o di sequenza musicale o narrativa. Ricorro alla improvvisazione.

Ce n’è per tutti: anziani e fidanzatini, famigliole e single. Faccio domande, sollecito memorie. Si costruisce confidenza e fiducia. A volte dedico musiche agli innamorati giovani o stagionati, chiamandoli vicini.

 

Li invito a suonare, a ballare, a fotografarsi vicendevolmente, a essere loro che dedicano una musica al partner o ai genitori o ai figli. Chi sa cantare e conosce le parole della canzone le canta, lì, di fronte a tutti: si autopromuove tourneur e attore raccontando del loro primo incontro, del luogo, dell’epoca e del poi cosa è successo. Ci si saluta "riconoscendoci colleghi" nella musica, nello spettacolo, nella vita. Ci si riconosce “amici” per il tempo che si è regalato vicendevolmente.

 

La fase finale è il commiato.

C’è il cappello con la scritta "Grazie" (rafforzata da una eloquente frase di Piazza Marino: "Se viene la fame, mi mangio anche quella"), ma non chiedo nulla e neppure vendo alcunché. Precisando: 40 euro sono la cifra massima offerta dal pubblico durante una intera giornata di lavoro… ma non era ancora arrivata la crisi economica.

 

La musica è finita. Passo fra la gente offrendo "la scatola del cuore": per ognuno alzo il coperchio e ciascuno sceglie un rotolino con un aforisma sul tema dell’amore. Se sono bambini offro filastrocche.

Ciascuno del pubblico porta dunque con sé un souvenir. Non è ricordo del contastorie. È memoria dell’emozione vissuta essendo stato incontrato da uno che raccontava.

 

E quando c’è un palco, che crea separatezza?

Meglio se non c’è. Oppure sia così basso da poterne agevolmente scenderne e fisicamente avvicinare il pubblico.

 

QUESTO è lo spettacolo!

 

2c.  SISTEMA  INTEGRATO  DI  STORIE - IMMAGINI – MUSICHE

 

All'inizio furono i fatti di "Un Birichino Chiamato Gesù Bambino" (primo spettacolo, del 2002) : aneddoti dai Vangeli apocrifi con musiche natalizie tradizionali (ma non consuete), jazz, musica sacra. Poi le "Storie nelle Canzoni" : quelle delle canzoni popolari ("Donna Lombarda", "Cecilia" ...), quelle nella canzone italiana ("Balocchi e profumi", "Oh ma-ma", "Albergo a ore", "Il pescatore" ...), quelle dei cantastorie ("La barbara ostessa", "Mamma perché non torni" ...).

 

Con “La Bestia del Gévaudan” iniziai l’uso dell’immagine realizzando una grande scenografia – cartellone che si compone mano a mano che la storia si sviluppa.

Già in tutte queste prime narrazioni è presente un ruolo della musica che non sarà più abbandonato: essa sottolinea o commenta con ironia o pateticamente le diverse fasi del racconto. Ma non c’è canto.

 

Poi tutto si moltiplicò rapidamente e proliferarono tematiche narrative e generi musicali diversi, sino a formare una rete neuronale di storie-immagini-musiche che consente di passare dalle une alle altre senza interrompere il flusso narrativo.

 

Unico limite: la ridotta duttilità delle strumentazioni (peso e ingombro) che non consentono di avere tutto sempre con sé (200 cartoni, un centinaio di cartelloni bifacciali). Ciò impone scelte precise prima di partire per una esibizione. Quando questa non è su argomento specifico porto materiali su temi che, so per esperienza, emozionano il pubblico e consentono di "attaccare discorso" : l'amore, il matrimonio, la maternità, la guerra, il lavoro, le storie cruente.

 

2c1.  COSA  FACCIO  VEDERE,  COSA  FACCIO  SENTIRE

 

Le immagini dei grandi cartelloni "fanno vedere" dalla creazione del mondo ad oggi: ci sono il Paradiso Terrestre, Sharazad, la fontana della giovinezza, i ciarlatani, Buffalo Bill, la conquista della luna, l'assassino efferato, la mamma amorosa, Rossini in Costa Azzurra, Leonilda fotografa, le automobili, il cane equilibrista, la zattera della "Medusa", il cinema , il lavoro, guerra, delitti, santi, maghi...

 

I cartoni musicali "fanno sentire" tutti i generi musicali: dalla canzone italiana a quella francese; dalla musica medievale al jazz, alla musica sacra; dal melodramma alla musica da film; dalla canzone popolare e di lotta alle canzoni per bambini.

 

E poi ci sono le narrazioni…

 

2c2.  RACCONTARE  A  MANOVELLA

 

Potendo permettermi completa libertà espressiva nella scelta di temi, musiche , immagini, contenuti narrativi, definisco itinerari che travalicano i tempi storici, in un contrappunto che suggerisce relazioni più o meno ardite, ma comunicano i tempi nostri, i nostri problemi comuni, gli uomini di oggi.

Mi sposto da una tematica all'altra parlando veloce e sviluppando un "nastro" narrativo che tiene legata la curiosità del pubblico. Questo è ciò che intendo per "raccontare a manovella".

 

Per esemplificare: da Buffalo Bill a "Arrivano i nostri", alla bimba vietnamita nuda e terrorizzata, ad "Air Mail Special", all'eroe suicida, a "One More Kiss..." , a "Blade Runner", a "C'era una volta in America", all'emigrazione italiana, a Don Albertario, a Bava Beccaris, all’uomo-automobile, al “Sottomarino giallo”, al ragazzo dell’angolo e al piccolo ciao... ma gli snodi possono essere differenti nella performance successiva, dipende dalle reazioni del pubblico durante lo spettacolino.

 

 

3.  RELAZIONE

 

3a.  COSTRUIRE  IL  PONTE  DI  CUORE

 

Non tutti se ne sono accorti: ma tutte le storie iniziano dallo stesso luogo, e finiscono anche nello stesso luogo !

Partendo dal cuore di chi le racconta giungono al cuore di chi le ascolta.

 

Quando si racconta della vita reale la storia diventa un romanzo, con tutti i suoi personaggi, gli amori, le epoche, gli ambienti, gli eventi politici, la pubblicità… e le musiche naturalmente !

Nel racconto inserisco sempre elementi del mio vissuto. Compaiono soprattutto "situazioni": relazioni famigliari e scolastiche, vicini di casa, fidanzatine, ambienti di mercato (con grida, borse della spesa, carta blu dello zucchero... ), negozi, oggetti (lampada del tinello, macinino del caffè...), giochi di cortile, letture, la scuola, programmi e personaggi radiofonici e televisivi, le lotte, fatti di cronaca, e tanti dettagli di memoria (rumori di tram, profumo di strada bagnata, scene di film...).

Qui la narrazione è associazione di idee, di immagini, rumori. Ricordi d’infanzia e di età adulta, fatti sentiti raccontare. Si possono fare digressioni a volte non brevi, ma poi il filo del discorso si ricupera sempre.

È l’irruzione del passato nel presente e viceversa, è intreccio di luoghi e epoche nella stessa storia.

 

È certo che fra le tante immagini mnemoniche offerte ce ne sia almeno una in comune con ciascuno degli spettatori, che gli risuona dentro e lo commuove... e quindi il mio vissuto e la narrazione stabiliscono un "ponte di cuore" con il vissuto e la storia di chi ascolta.

L'unità del treppo è mantenuta se ciascuno riesce a incontrare una emozione personale.

 

Per esemplificare: è irresistibile la memoria del pulcino piccolo e nero col guscio rotto come cappello! O quella del bimbo che infila un maccherone nella tasca del papà all’aeroporto.

  

3b.  SALVARE  IL  TRAUMA

 

I mass-media raccontano di tutto. Per impressionare il pubblico caricano piccoli fatti con interventi narrativi che li riducono a romanzetti d’ appendice, con tanto di puntate successive. Vittime, assassini, mandanti si ritrovano allegramente allacciati in un triste girotondo insieme al pubblico: alla fine non rimane che ritrovarsi "tutti giù per terra" appagati e dimentichi del significato del fatto originario.

 

Il risultato è che il fatto non traumatizza più, non emoziona e non fa pensare al senso di esso,  e può essere consumato come un buon dessert in prima serata o una camomilla in seconda.

L’indignazione si dissolve: "Basta che i fatti miei e della mia famiglia vadano bene e del resto chi se ne frega".

Il sistema è salvo, tutto continui così… anzi: più ci sono fattacci più c’è spettacolo.

 

Non voglio essere anestesista.

Il contastorie ha sempre avuto in un modo o nell’altro una funzione critica nella società. Considerati alla stregua dei sobillatori per il loro seguito di pubblico, i testi dei bänkelsänger tedeschi erano sottoposti a censura preventiva, requisiti, impediti a esibirsi gli artisti. In Italia, negli anni 2000, è successo a Franco Trincale a causa delle sue ballate aventi quale protagonista un discusso Presidente del Consiglio: poi fortunatamente la pubblica solidarietà del mondo della cultura, ha fatto prevalere il diritto !

 

3c.  UNO  SVAGO  “ALTRO”

 

Le storie divertenti sono poche: "La creazione", "Amore in collina", "Lettere al Direttore", il seguito di "Balocchi e profumi", "Oh ma-ma", "Spazzacamino", "I comandamenti della mamma", "Avanti e indrè", ...

 

Essendo, per me, l’attività una perdita economica, è almeno liberata dal dover compiacere il pubblico o gli organizzatori dell'evento. Pertanto posso sottrarmi alla moltitudine che "diverte la gente" e "offre un'occasione di svago dai problemi quotidiani" (così mi disse un collega di strada).

 

Anch'io tento di "svagare il pubblico dalla quotidianità", ma non per nasconderla, fingere di non vederla, rimuoverla per qualche ora e alla fine della fiera ritrovarsi depressi per senso di impotenza a sentirsi soggetti attivi di cambiamento e doversi consegnare prigionieri al sistema.

 

Certo è che la maggior parte sono narrazioni legate alla realtà sociale: microstorie di singoli, di famiglie, di conflitti interiori, miserie psicologiche, frustrazioni esistenziali, precarietà, schiavitù, e macrostorie del pianeta che muore fra sussulti di guerre e denaro. Storie che dicono di una umanità sofferente che diffusamente precipita in tragedie individuali e collettive comunque devastanti.

 

Ma le storie connesse con la realtà sociale hanno anche dei “lieti fini”, a volte nascosti, ma ci sono. Sempre. Quasi sempre.

Sono storie che fanno venire la voglia di cambiare il mondo per renderlo a   dimensione umana. Si starebbe di un bene…

Voglia di diventare attori protagonisti. Co-autori e co-registi di quello che sarebbe davvero “il più grande spettacolo del mondo”.

 

 

4.  NARRAZIONI

 

4a.  STORIE  REALI

 

Le storie che racconto, sono storie finte o sono storie vere?

Le storie non sono mai del tutto "finte", neppure quelle più esplicitamente inverosimili e fantastiche.

Racconto perlopiù storie reali e documentate.

Storie quotidiane, dalla cronaca nera alla politica. Ma anche letture di brani letterari. E anche racconto di fatti autobiografici: così veri che a coloro che li ascoltano pare essere loro i protagonisti.

Sono le storie di sempre, del vivere dell' uomo: che, ascoltate, paiono così sorprendentemente nuove, e che non ci stanchiamo di sentire perché ci rimandano che siamo vivi, qui e oggi.

 

4b.  NARRAZIONI  ( QUASI )  DEL  NEOREALISMO

 

Ambiziosamente si potrebbero definire storie che evocano le narrazioni del neorealismo: perché in un modo o nell'altro (anche quelle apparentemente più strettamente imparentate con la cronaca nera, come tradizione dei contastorie vuole... ) sono storie che affrontano problemi sociali, esigenze di liberazione, bisogno di giustizia, affermazione di diritti, aspirazioni per il futuro, bisogno di emancipazione, cambiamento.

Sono storie di eroi di carne e passioni civili, che compiono gesta superiori all’umano anche solo resistendo e non arrendendosi mai.

Nuovi Paladini? Sì, in quanto valorosi sino al sacrificio per difendere e affermare ideali, dignità, diritti. Gente che ha un sogno e si è opposta a chi vuole svuotargli il cuore da ogni speranza.

A ben sentire anche le storie di ordine sociale non pongono altre questioni se non problemi interiori, dell’ "essere" della persona.

 

Esemplificando: chi sono i protagonisti di "Cara moglie, di nuovo ti scrivo"? Una folla di eroi dell’ordinario: emigranti senza tetto, orfani di guerra, preti incarcerati, contadini  operai e mondine coraggiose, industriali senza scrupoli, bambini violati e sfruttati, imputati di comodo, ragazzi sparati, gente in fuga, gente che urla, gente che muore, persone che amano e desiderano essere amate… soprattutto persone vive che combattono senza sosta i draghi contemporanei per liberare se stessi intanto.

E se i draghi si estinguono ?

Dio lo volesse !

 

 

Val più la storia scritta da un romanziere che da uno storico,
anzitutto perché è più vera e poi perché è più divertente.
 ( A. Dumas, "Il paggio del duca " )

 

 

4c.  IL  DISTURBO  DELLE  PAROLE  NUDE

 

In feste popolari, fiere commerciali, persino nei festivals di musica meccanica, il narratore di simili storie costituisce elemento scomodo e disturbante.

Gli organizzatori vogliono un pubblico ridanciano e spensieratamente spendaccione.

Così come a livello casalingo si mantengono accese radio e televisione senza ascoltarle né vederle ma con il solo scopo di riempire "l'orrore del silenzio", così in quelle manifestazioni vanno bene musiche e canzoni... ma le parole nude sono un'altra cosa. La parola interroga. E peggio se colui che racconta stabilisce incontri ravvicinati.

 

4d.  I  GIOCHI  NON  SONO  MAI  FATTI

 

Le storie hanno sempre un ruolo da assolvere: essere strumento per interpretare il mondo. Quella di Pinocchio come quelle di Bush.

Le mie hanno l'ambizione di offrire un punto di vista in più per guardare il mondo, e se stessi in esso. Per scoprire che i giochi non sono mai fatti definitivamente, che una possibilità c'è ancora: magari non per diventare ricchi e famosi e potenti, ma per "essere" e basta... e non è poco !

E in certi casi, non offrendo un’altra possibilità ai cattivi di turno.

 

Racconto per "trovare una ragione di più".

 

4e.  CON  SGUARDO  AMOROSO

 

Sono contributi piccoli per piccoli sguardi amorosi sul mondo e su noi stessi, per mettere in discussione lo "sguardo egemone" attraverso il quale il mondo globalizzato giudica governi e individui per promuoverli, o condannarli se non accettano la omologazione e subordinazione al vitello d'oro.

 

Piccole storie nelle quali ciascuno può ritrovarsi, come in uno specchio, protagonista. È una piccola magia narrativa.

A volte è sufficiente un piccolo dettaglio descrittivo per compiere l’identificazione: il paralume, la borsa della spesa, un oggetto di cucina, un modello di automobile, le parole di una canzone, una situazione famigliare… e si ricordano fatti che ci riguardano e riappaiono vividi come allora. È il miracolo che si ripete della madelaine di Proust. È occasione per un piccolo sguardo amoroso a periodi della propria vita, ormai superati, dai quali se ne è usciti vivi: come eroi, superando paure, sensi di colpa, smarrimenti, ma anche incontri indimenticabili, passioni devastanti, prigioni e liberazioni, ferite che ancora fanno male.

Quando questo avviene il narratore se ne accorge, lo capisce dall’intensità dello sguardo dello spettatore. Avverte che in esso l’emozione lavora  rapidissimamente per capire, ordinare, riconsiderare, accettare, accogliere, riconciliarsi… insomma avviene qualcosa che fa stare meglio. Sono attimi, ma forse dureranno per sempre.

Qui c’entrano le emozioni e dunque le scelte del narratore: musiche e storie, immagini e  parole, modo di dirle, tono,  volume, ritmo, pause, gesti, espressioni… senza atteggiamenti melodrammatici né buffoneschi.

Spesso qualche spettatore ritorna per raccontare al contastorie l’emozione provata: è un compenso che vale più di una moneta d’oro.

 

L'ironia smorza i toni e lo spettatore è libero di guardare da un'altra parte.

Ma c'è chi abbandona il treppo?

Sì, certamente c'è chi se ne va...

E chi sono ?

Ad esempio quelli che pur non essendo ciechi portano gli occhiali neri anche di notte: vogliono essere sordi!

 

 

5.  COMPLICITA’

 

5a.  LE  STORIE  CRUENTE

 

Storie-parole, immagini, musiche sono gli strumenti della finzione (il significante, avrebbe detto forse lo psicologo Lacan) che fanno provare emozioni agli spettatori, perché scendono giù, nel profondo di ciascuno (dove è custodito il significato, avrebbe aggiunto forse Lacan).

 

Contrariamente alle storielle e canzoni allegre (umoristiche) o alla stessa Commedia, sono proprio le storie di sangue, le tragedie, che più avvincono il pubblico (ne sapeva ben qualcosa Shakespeare !).

L’ascolto di vicende dolorose con protagonisti altri da sé fa sentire meno soli, meno predestinati ("perché proprio a me ?").

 

Sono le storie cruente quelle nelle quali il narratore svolge pienamente il proprio ruolo, offrendo agli spettatori l’opportunità di vivere le loro passioni aggressive, così faticosamente mantenute controllate e represse. Uccidere, vendicarsi, odiare, a livello di immaginazione naturalmente. Ma non si agisce: anzi, c’è conferma dei propri comportamenti, "si è a posto" perché capaci di non permettere alla parte oscura di avere il sopravvento.

Ambiziosamente, si può attribuire alle piccole performances il ruolo liberatorio svolto dal teatro greco della tragedia, nel quale gli spettatori rivivevano la propria aggressività nel modo più innocuo, e al termine si sentivano scaricati dalle tensioni.

 

Le storie cruente hanno il sangue quale ingrediente "impressionante".

Considerato dono vitale di Dio, ha assunto valore espiatorio durante i riti sacrificali e così è trattato in alcune narrazioni.

 

Esemplificando: ne è esempio “La ballata dell’orribile sospetto”, che richiama fantasiosamente a fatti di cronaca che hanno particolarmente coinvolto emozionalmente il pubblico perché fra vittima e assassina esisteva una relazione (madre-figlio) che li legava vicendevolmente.

 

5b.  "ALTRO”  OLTRE  L'APPARENZA

 

In questo gioco di complicità col pubblico diventa fondamentale che la storia prima di essere raccontata ad esso, il narratore la racconti a se stesso, e ne sia emozionato al punto da andare oltre il fatto, e ricercarne il senso profondo, e scoprire Altro che certamente c'è.

 

Il contastorie diverrà colui che traghetta Oltre l'apparenza per approdare Altrove e scoprire Altro: il pubblico sarà incantato per la meraviglia di vedere l’invisibile (non necessariamente la verità), e non dimenticherà più quella emozione.

 

Per esemplificare: ripropongo anche storie già abbondantemente "consumate" tentando di illuminarne Altro: mi riferisco alla "Belva di via San Gregorio" e alla "Saponificatrice". Nel passato il cantastorie si limitava a confermare il pubblico nei sentimenti di orrore, di pietà per le vittime innocenti, di condanna morale, ancor prima che giuridica, per l'amante crudele o l'avida assassina.

Come raccontarle in modo diverso?

Per trovare Altro oltre il sangue bisogna scoprire "le ferite" della vita di Rina Fort e gettare luce sugli incubi notturni della Cianciulli.

Oh, non giustificano! Ma aiutano a capire anche la complessità degli orrori che propone il quotidiano.

"Fiore nero per Hollywood" ha comportato 3 anni di lavoro per ricostruire nei dettagli la vita di una ragazza e tentare di comprendere il senso delle mutilazioni da essa subite: solo dopo questa faticosa ricerca ho potuto costruire la storia, l'immagine del cartellone, selezionare e montare la sequenza di immagini per la video proiezione, scegliere le musiche per l'organo di barberia.

Analogamente la storia de "La Bestia del Gévaudan" (Premio "Manovella d’oro" al Festival Internazionale di Les Gets) ha comportato 2 anni di ricerche; e 5 anni "La ballata dell’orrendo sospetto" (2° Premio al Concorso Nazionale Cantastorie "Giovanna Daffini").

Credo che proprio in questo andare Oltre il fatto stia la sfida per il contastorie contemporaneo.

Praticando la strada dell'Oltre si fanno tanti incontri: radici e memorie, attenzione e ascolto interiore, emozione e vicinanza con i protagonisti dei fatti.

 

5c.  GIOCO  DI  COMPLICITÀ

 

Fra pubblico e contastorie si stabilisce così una complicità che va ben oltre la distribuzione di frizzi, lazzi e strizzatine d'occhio allusive quando si cantano loro strofe con il doppio senso.

 

Nelle scelte di storie - immagini - musiche ci sono il mio immaginario, le mie ossessioni. Ma anche le loro.

Sono segni espressivi di eventi - incontri - emozioni che più forte mi hanno colpito - turbato - affascinato perché hanno a che fare con mie paure, mancanze, piaceri, gioie, curiosità... e di queste ne assumono valenza simbolica, metaforica.

Se si fa una buona scelta, ciascuno del piccolo pubblico troverà in esse qualcosa che lo riguarda, che lo turberà, che gli fermerà lo sguardo o l'attenzione visiva o uditiva, e forse i suoi passi.

 

Per esemplificare: la madre assassina, il prigioniero, la donna seduttiva, il bimbo nel sacco amniotico, "Albergo a ore!, "La vie en rose", la funambola del circo…

 

 

6.  FIGURE

 

6a.  CARTELLONI  SUGGESTIVI

 

I 100 cartelloni sono spettacolo di per sé. Mt. 1,50 X 1,00 . Colorati. Bifacciali.

Contrariamente ai moritaten tedeschi o ai cartelloni siciliani, non vi è una successione di immagini descrittive della sequenza degli eventi narrati. Quasi tutti sono costituiti da una sola immagine.

 

Sono immagini ferme, che non cercano di fuggire all’occhio di coloro che le guardano come succede con quelle televisive o sfogliando un periodico.

Non sono pitture naïf volenterosamente genuine ma esteticamente patetiche. Sono cartelloni dell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Sono immagini preziose perché elaborazioni grafiche originali o copie di opere pittoriche, grafiche, fotografiche realizzate da artisti antichi e contemporanei.

Sono immagini poco conosciute che meravigliano; ma anche figure già viste su quotidiani, libri ecc. che richiamate dalla memoria fanno riaffacciare fatti antichi con emozioni nuove.

 

Sono immagini suggestive e sono forte stimolo per la fantasia simbolica. Ogni una risuona dentro l’osservatore così da offrire a ciascuno opportunità di interpretazione personale sul senso di ciò che è figurativamente rappresentato.

Questo vale soprattutto per coloro che non solo le guardano, ma vogliono "vederle".

 

6b.  IMMAGINI  COME  TAROCCHI

 

Come tarocchi medievali riflettono le figure del mondo.

Si vedono uomini, donne, animali, macchine, umili e potenti, laici e religiosi. Significano ciò che rappresentano, ma non solo: rappresentano anche Altro che le narrazioni vanno a scoprire.

 

Sono state scelte immagini dalla valenza archetipica capaci di risvegliare memorie non razionali, sepolte nel mondo interiore. Istinti primari che fanno parte di noi, che si tenta di dominare, di tenere nascosti anche a se stessi, ma che sono vivi e si agitano nel profondo.

Le grandi immagini ne sono espressione simbolica e per questo inquietante.

Le grandi immagini hanno un cuore segreto che fa sobbalzare quello di chi guarda, come se ci si vedesse allo specchio per la prima volta: un attimo, ma folgorante!

In esse si trovano la vita e la morte, l'innocenza e la perversione.

 

Esemplificando: la fame , la paura, la gelosia, l'aggressività, la territorialità, il drago, il ciclope, la dama e il cavaliere, la gabbia dei leoni, la papessa, la zattera dei naufraghi, la marcia, il ciarlatano, il traghetto...

 

Riuscire a metterli in mostra tutti insieme sarebbe la costruzione di un labirinto, di una foresta nella quale chi  avesse il coraggio di perdersi riuscirebbe a illuminare un po' il proprio cammino e ritrovarsi forse.

Vagando in quella foresta di figure liberamente associate, percepirebbe trame invisibili e si paleserebbero direzioni molteplici per interpretare il senso degli eventi nel loro insieme più vasto. Avrebbe visioni di situazioni, incontrerebbe domande, troverebbe indicazioni... risposte mai. Sarebbe opportunità per scendere in profondità nella comprensione delle situazioni presenti e passate. Viaggio avventuroso, via crucis, scavo archeologico, esplorazione visionaria e forse profetica.

I grandi cartelloni, la forza maggiore l'esprimono proprio nell'essere esposti numerosi gli uni accanto agli altri con casualità. A volte srotolati per terra. Così come avviene nella stesura dei tarocchi.

I significati si compenetrano, si esaltano o si smorzano.

 

Si potrebbe pensare, dunque, che non c'è più bisogno del contastorie?

Così come i tarocchi hanno bisogno dell’astrologo, i cartelloni necessitano di un mediatore che aiuti il pubblico a scoprire l’arcano. Che faciliti il pubblico a porsi in atteggiamento di ascolto per sentir parlare le immagini e udire la storia che sussurrano, diversa per ciascuno.

Una storia più lunga della Storia.

 

Esemplificando: è successo a Les Gets 2006 con la performance "Cinema Memoria": ed erano solo immagini di film.

 

6b1.  IL  KAMISHIBAI

 

Il piccolo teatro giapponese kamishibai era il teatro itinerante per bambini che si spostava, di villaggio in villaggiom sul portapacchi di una bicicletta o di un ciclomotore, pilotato dal contastorie.

 

Era costituito da una cassetta di legno in tutto simile ad una cartella scolastica. Posta verticalmente e apertane la parte frontale, essa si trasformava nel proscenio di un teatrino sul fondo del quale scorrevano le immagini di personaggi e ambienti disegnati su cartoncini rettangolari.

Le storie erano brevi e poche le illustrazioni di ciascun racconto.

 

A volte il contastorie si avvaleva della musica di strumenti a percussione (piccoli gong) anch’essi montati sulla bicicletta.

 

Il contastorie guadagnava qualche soldo vendendo piccoli dolciumi (simili agli attuali lecca-lecca) che gli spettatori gustavano durante lo spettacolo .

 

Il kami (carta) shibai (teatro) ebbe grande diffusione fra il 1920 e il 1950: poi si diffuse la televisione, ma nelle scuole giapponesi è ancora oggi utilizzato come valido strumento didattico.

 

6b1a.  ANIMALETTI  COME  BIMBI

 

Proprio per le sue ridotte dimensioni il pubblico deve essere poco numeroso e raccolto intorno al teatrino e al narratore : 10 – 12 bambini e pochi adulti .

 

E’ importante riuscire a creare una buona condizione di attenzione e di ascolto, e un’ atmosfera un po’ magica : per questo sono ottimali luoghi di dimensioni ridotte e protetti dal rumore, quali librerie, biblioteche, aule scolastiche, case private, angoli di giardino, gazebo… dove si costruisce vicinanza anche fisica ed è possibile narrare a voce non troppo alta stando seduti in mezzo a loro.

Spesso il teatrino è poggiato direttamente sopra l’organo di barberia, formando con esso unica struttura.

Di kamishibai in Europa se ne vedono pochi e ancor meno in Italia dunque una nuova sperimentazione che coniuga, intorno alla figura universale del contastorie, la tradizione europea con quella orientale .

 

Il narratore racconta storie per bambini con protagonisti animali. Ma sono animali speciali: hanno le stesse ansie, solitudini, paure, difficoltà di vivere dei piccoli spettatori.

 

Esemplificando: la lucciola Lucetta racconta per portare luce nel buio di una bimba abbandonata, che acquisirà voglia di vivere e vorrà essere chiamata Fiammetta. Le racconta storie di orsetti che si perdono nella ricerca del nonno defunto, cani equilibristi sofferenti di solitudine, ranocchie egoiste… Si appassionano anche i genitori che ascoltano le belle metafore.

 

 

7.  RUOLO  ( SOCIALE ? )  DEL  CONTASTORIE

 

7a.  CONTASTORIE  COME  INTRATTENITORE  PEDAGOGICO

 

Il piccolo pubblico che si ferma ascolta narrazioni e musiche certamente contenutistiche riguardanti la realtà quotidiana.

Anche i racconti espressione della cultura popolare più antica sono ricontestualizzati nelle situazioni della società contemporanea, venendo così a modificarsi la "morale della favola".

 

Esemplificando: oggi "L'infanticida" potrebbe usufruire di farmaci contraccettivi e al limite usufruire della legge sull'aborto; "Donna Lombarda" di quella sul divorzio; i coscritti che cantavano "Se Vittorio" potrebbero utilizzare l'abolizione della leva obbligatoria...

 

Le storie aiutano a recuperare la memoria del senso delle parole: nelle storie chi uccide è chiamato assassino, chi ruba è ladro, chi turlupina è ciarlatano, chi spara sul popolo sono i cattivi, le fitte schiere di gente che reclama i propri diritti sono i buoni, la pace non si porta con la guerra ma con l'uguaglianza e la giustizia sociale... e se il re è nudo c'è chi osa dirlo.

 

Non so se il ruolo del contastorie sia quello di "intrattenitore pedagogico": ma io lo pratico così. Nonna, mamma, Esopo, La Fontaine, Cristo, Salgari mi hanno raccontato storie con intenti pedagogici. Anche durante le veglie di stalla, le narrazioni avevano questi intenti.

 

L'elemento pedagogico si sostanzia nella parola e nella vicinanza, in modi e contenuti che fronteggiano attivamente la diseducazione all'attenzione e all'ascolto, la rimozione della memoria, il silenzio interiore, il familismo amorale.

 

7a1.  PRATICARE  IL  RIFIUTO

 

Anche se la definizione di "contastorie" sa di antico (ma non sono forse contastorie anche Corrado Augias, Carlo Lucarelli… ?!), e così l'organo a manovella, e anche molte musiche, e molte immagini, cerco di praticare il rifiuto di fedeltà ad un modello rispondente ad un passato superato nelle tecnologie, nella cultura e gusto del pubblico, nei linguaggi espressivi, nel contesto in cui si opera.

 

Rifiuto di essere "figurante" di un'altra epoca, quasi morto vivente. Automa in costume al servizio di uno strumento che vuol sottrarsi al ruolo di "strumento" col quale si è conquistato la notorietà, per assurgere a quello di “protagonista di vetustà”, di passato terminato.

Rifiuto il ruolo di strumento di nostalgia.

Rifiuto di essere "cicerone" di una visita cimiteriale nel mondo degli antenati, nel tempo in cui si stava peggio (fatica, sfruttamento, libertà limitate, subordinazione della donna, limitato accesso alla cultura e informazione, discriminazioni sociali...).

 

Rifiuto di essere parte consenziente di operazioni di folklore conservativo.

In Italia nel settore della musica meccanica succedono cose che forse sono spiegabili (ma non giustificabili) con gli interessi di impresari, collezionisti, restauratori di organi antichi e costruttori di moderne copie degli stessi.

Può succedere infatti che manifestazioni che hanno l' intento di onorare la memoria del passato artigianale qui e oggi, neghino diritto di presenza agli strumenti di musica meccanica più tecnologicamente evoluti, che si avvalgono anche dell'apporto dell' elettronica, capolavori dell’evolversi del lavoro artigianale.

Addirittura c’è chi mette in discussione repertori con musiche posteriori all’epoca d’oro della musica meccanica (fine ‘800 inizi ‘900).

Ma c’è spazio e mercato per tutti, così come per il “veteran cars”, anche per il “veteran organs”.

 

Sono comportamenti comunque contradditori e astorici, che rischiano di relegare  manifestazioni, artisti, compositori e potenzialità degli strumenti, nel folklore pittoresco.

La storia della musica ( e quindi anche della musica meccanica ) è storia di evoluzioni e mutamenti di strumenti e di suoni, di intuizioni, sperimentazioni (Lodovico Gavioli ne fu un esempio!), progettazione tecnologica, ricerca di nuovi materiali, produzione di nuove melodie, impegno di cantanti per imparare nuove canzoni e stili...

A " quei tempi " che si intendono rievocare con affetto e riconoscenza, le innovazioni sarebbero state accolte con curiosità, interesse ed entusiasmo!

 

7b.  BARBERIA  E  MAGIA  NERA  DELLA  NOSTALGIA

 

Chi sente l'organo di barberia ne percepisce il suono antico (no, non vecchio: "antico"!).

Ma proprio "quel" suono può liberare il sentimento della nostalgia e, con essa, malinconia - depressione - abbandono - delega - rassegnazione... ed a conferma di ciò i testi di canzoni italiane, grondanti pateticità, con protagonisti organi di barberia e pianole meccaniche.

 

Certo "la nostalgia è traditora" : quando si guarda al passato essa ci pervade e ci sussurra che "ciò che è stato è stato..." o peggio "che bei tempi..." ( e giù un sospiro accompagnato da una alzata di sopracciglia ) .

Ma è un tranello! Questa è la magia nera della nostalgia!

Il poeta greco Seferis dice : " La memoria, dove la tocchi duole … "

Nel desiderio del passato spesso vogliamo ritrovare il nostro volto senza rughe, un vivere accudito ma senza responsabilità, un amore perduto, un ruolo non più riconosciuto...

Ecco cosa sono " i bei tempi " !

Al tempo stesso rifiutare cambiamenti. Rassegnarsi "che tanto non c’è nulla da fare", ed accontentarsi che “fin che la barca và lasciala andare”.

E allora diventare preda dell’accidia, il più diffuso vizio capitale dell’occidente contemporaneo. E abbandonare anche l’orgoglio.

C’è poi chi, magari inconsapevolmente, della magia nera della nostalgia ne fa un uso politicamente conservatore (un tema ben trattato nel film "Cabaret") al suono di marcette, gonne pesanti, divise, canzonette dialettali, processioni, ridicolizzazione di chi sta solo un po’ più in là, proverbi di mogli e buoi dei paesi tuoi…

Tanto più rischioso tutto ciò se si considera che il suono degli organi di barberia è stato colonna sonora di epoche in cui c’erano re, imperatori, dittatori, patiboli e lager per i dissidenti, guerre mondiali: tutto narrato e stigmatizzato dai cantastorie, beninteso!

 

7c.  NOSTALGIA  "BUONA"

 

Perché si compia la magia buona della nostalgia è necessaria la parola (magica? Forse… ).

 

Mi piace pensare che le mie sperimentazioni si collochino nell'onda lunga di quel folklore progressivo degli anni '60 - '70 che ripropose i canti di protesta politica e rivendicazione di diritti civili, e fu prolifico di cantautori.

Quelle musiche sono anch’esse parte del mio repertorio. Ripropongo le musiche   ma soprattutto le parole di quelle canzoni (a volte il non saper cantare aiuta).

 

Ripropongo testi impegnati ma anche quelli di Sanremo o comunque “canzonette”, a volte ricorrendo a ironia e critica alla luce dei cambiamenti avvenuti (o non avvenuti) grazie alle conquiste (o mancate conquiste) di leggi sul lavoro, aborto, divorzio, diritto di famiglia, diritto alla cultura, da parte di masse che dal ruolo rassegnato di subalterni (contadini, operai, donne, bambini) si ribellano ed emancipano, intanto riconoscendosi soggetti di diritti.

 

Esemplificando: Cara moglie - El pover Luisin - Gorizia - Il feroce Bava – Aprite le finestre - L'infanticida - La locomotiva – Albergo a ore – Bibbidi bobbidi bu – Mamma mammina – Le fie ‘d carmagnola – Moonlight serenade – Yellow submarine – Il terzo uomo - On the sunny side of the street – We shall over   come – Blowin’ in the wind – De colores…

 

La forza delle storie sta nel loro raccontare la dinamica sempre presente fra condizioni collettive e condizionamenti individuali, il riverberarsi sulle dinamiche familiari, sull’influenzare le scelte personali, e viceversa orientare punti di vista, scatenare pulsioni.

Ascoltare storie aiuta a trovare senso.

 

Ecco! Attraverso quelle musiche e parole si raggiunge la "nostalgia buona".

Ciascuno ripensando il proprio percorso di vita incontrerà gli impedimenti o le coercizioni che  hanno fatto male, oppure bene, insomma quelle "cose" che hanno creato costrizione, sofferenza, insoddisfazione e mortificazione, oppure liberazione, gioia di vivere e dello stare insieme con tutti gli altri.

 

No, indietro non si torna. Ma non tutto è perduto!

C’è stato, è vero, " il tempo in cui i giochi non erano ancora fatti e tutto era ancora possibile per noi " !

Ma incontrando quelle ferite, si incontra anche il desiderio che tutto quel dolore non abbia più a ripetersi, non solo per sé ma anche per altri uomini.

"Ho fatto un sogno … " diceva Martin Luther King.

 

Costringo la nostalgia a mostrare il suo tesoro più prezioso! La costringo a convertire la sua energia centripeta (che induce l' uomo a chiudersi come un riccio nel letargo silente) in energia centrifuga che incoraggia gli uomini verso il movimento e l’azione, per la costruzione in cooperativa di tempi nuovi in cui si realizzino i desideri di liberazione, di indipendenza, di vera possibilità di autonomia di scelta del proprio percorso, di dignità e orgoglio individuali e collettivi. Salvaguardando quei desideri profondi che hanno illuminato il percorso di intere generazioni in marcia verso la liberazione dal dolore di vivere, dalla dispersione nell'oblio e dal rassegnato soffocamento indotto dalla omologazione nella globalizzazione.

 

“Libera nos a malo”, nostalgia... e allora benvenuta nostalgia !

 

Esemplificando: ogni epoca storica ha avuto i propri sogni, le proprie favole a lieto fine: i bisnonni speravano nell’Italia Unita, i nonni nel progresso tecnologico, i padri nella Liberazione e nello sviluppo, i loro figli nel benessere: e per ciascuna speranza producevano immagini, canzoni, storie. I loro pronipoti non lo sanno ancora ma spereranno di avere acqua, ossigeno, energia quanto basta per sopravvivere…

 

Ricostruzione di un desiderio di vita come progetto, una voglia di resurrezione, e non di riesumazione necrofila, né passivo vegetare.

Si è sognato e agito nella vita: nessuno più di ciascuno.

"I sogni son desideri" dice la canzone di "Cenerentola": non bisogna smettere di desiderare. Il desiderio induce energia, volontà di fare, di costruire azioni per raggiungere la soddisfazione di esso.

Noi siamo la nostra migliore fonte di energia!

 

E poi c’ è il gesto del suonatore di organo di barberia.

La mano che impugna la " manovella della messa in moto ", il gesto del braccio che gira, gira, gira la manovella: la Storia siamo noi che la facciamo girare con le nostre mani.

 

7d.  SCIAMANO?  FORSE  SOLO  CERRETANO

 

Il piccolo pubblico ascolta, si parla, gira la manovella, intravede cose buone in sé.

Quando contastorie e pubblico si salutano (come già detto, lo faccio individualmente offrendo un piccolo ricordo cartaceo) stanno entrambi un po' meglio.

 

I pochi spettatori (avere un piccolo pubblico è qui importante!) vivono certamente un’esperienza un po’ speciale, particolare. Nella quale l’elemento magico è nella gestione del rapporto separazione – unione, distanza – vicinanza, estraneità – intimità.

 

"Voi non siete cantori, ma incantatori!"

"Voi siete dei curatori"

"Voi fate miracoli"

Non esageriamo! Diciamo: artisti nel creare relazioni, piccole e brevi, ma che fanno bene (solo un poco).

Il clima relazionale che si vive nell’area del contastorie è una piccola esperienza di modo alternativo di stare al mondo. Il miracolo è tutto lì.

 

Mi piace piuttosto pensare a quei monaci di Cerreto, nello Spoletino, che nel '400 ebbero l'autorizzazione papale a itinerare per il mondo questuando. In cambio di offerte donavano qualche erba medicamentosa, una benedizione, una preghiera, una carezza sul capo: badavano all'anima oltre il corpo. (Poi vennero i ciarlatani, ma questa è un'altra storia!).

 

 

Ci sono soltanto due cose durevoli

che possiamo donare ai nostri figli.

Una di esse è “ le radici “.

L’ altra è “ le ali “.

 

( Hodding Carter,  1907 – 1974 )

 

 

 

 

 

tradizione

TRA  NOVITÀ  E  TRADIZIONE

IL  CONTASTORIE

COME  « TRADUTTORE »  DEL  MONDO

 

          

 

di  Lucette  LAFONTAINE

 

(Lucette Lafontaine, originaria di Costigliole d’Asti - Italia, vive e lavora in Francia. È psicologa. Moglie e madre indaffarata di un marito fotografo itinerante e di quattro figli molto creativi. Da alcuni anni trova anche il tempo di lavorare con Giangili. Anch’essa racconta storie e suona l’organo di barberia.)

 

 

LA  NARRAZIONE  COME  « TRADUZIONE »  DEL  MONDO

 

 

Perché oggi un contastorie é necessario?

 

A differenza di una volta, la gente ha accesso a un mucchio di informazioni e parrebbe che i contastorie non siano più necessari.

E invece no: la gente è schiacciata da valanghe di storie e di notizie, passa da un avvenimento all’altro, e non ha tempo o non glielo si da’ o non vuole prenderlo, per approfondire cosa succede davvero o per soffermarsi sulle emozioni che le storie di oggi provocano.

Oppure la gente subisce e aderisce acriticamente alle interpretazioni dei fatti o ai modelli comportamentali proposti dai media col loro incessante martellamento, al come si deve reagire, al come si devono interpretare i fatti.

 

Il nostro modo di raccontare non è semplice contro-informazione: succede dell’Altro.

Succede che le storie, le immagini, le musiche, provocano rimozione: ossia la gente trova nelle nostre storie, memorie e emozioni schiacciate o spente dalla fretta quotidiana. Perché?

Perché il “trittico” racconto – musica – atmosfera (paragonabile metaforicamente ad un tripode, inteso come ausilio che agevola l’interpretazione del contesto e facilita la persona a muoversi in esso) crea inconsciamente un involucro particolare che fa capire il mondo mettendo parole sull’indicibile delle nostre emozioni.

 

Siamo stati tutti dei neonati, tutti abbiamo conosciuto lo smarrimento di non capire il mondo circostante, e di non capire cosa succedeva anche dentro di noi. Abbiamo avuto tutti bisogno di un traduttore di realtà interne e esterne per sopravvivere. I nostri traduttori sono stati i nostri genitori o le persone che hanno preso cura di noi  parlandoci e non solo allevandoci .

Prima ancora che ne capissimo il senso, la parola, il parlare, il tono, il ritmo ci hanno avvolto come un involucro (sonoro) per aiutarci a fare a meno dell’involucro amniotico, ma anche per aiutarci a ritrovare toni e ritmi che già conoscevamo.

Questo parlare non capito è stato il primo ponte per comprendere la realtà esterna e interna. Queste “traduzioni” («stai piangendo perché hai fame», «sorridi perché sei contento», «quella che vedi lassù è la luna», «questa che tocchiamo e che è fredda è la neve», «questo è il fuoco,brucia» ecc. ecc.) ci hanno aiutato a sopravvivere e ad adeguarci al mondo senza esserne sopraffatti.

 

Quando la gente decide di entrare nella nostra area di spettacolo, di sedersi e di ascoltare, decide che può autorizzarsi, senza rischio, una parentesi regressiva : “solo i bambini ascoltano le storie, ma oggi decido che lo faccio io”.

Qui entra in gioco il “trittico - tripode”, che crea una specie di spazio transazionale, ossia fa da ponte tra la realtà interna e esterna, e rende possibile l'affioramento di vissuti arcaici nella realta' psichica di noi adulti.

Questa emozione repressa, che potrebbe anche fare un po' paura per la sua connotazione regressiva, è autorizzata dalla sensazione di sicurezza, di stabilità che procura il "trittico -tripode".

Il raccontare, a volte aldilà dei contenuti stessi, fa’ rinascere in noi il bambino che siamo stati, il bambino attento a come si chiamano le emozioni.    

 

 

LA MUSICA :  L’ORGANO  COME  FACILITATORE  DI  EMOZIONI

 

Soffermiamoci un po’ sulla musica, sull’organo.

Per me l’organo ha una funzione importante nella creazione dell’atmosfera e come facilitatore di incontro fra noi e la gente.

 

L’organo di barberia ci commuove.

Mi sono chiesta perché, ho cercato di darmi delle spiegazioni che vorrei condividere con voi. Non sono la sola a pormi questa domanda. Philippe Rouillet, esperto di musica  meccanica, cita una canzone di Lèo Ferrè dove si parla di un organetto che raduna con la sua musica un gruppo di gente, e le persone sono commosse tanto da piangere… Non dà altre spiegazioni, ma dà un’informazione che è stata utile per me : “la meccanica specifica degli organi e dei cartoni perforati producono un suono in cui il ritmo prevale sulla melodia… Il pubblico degli organi di barberia è più sensibile a un ritmo ben stabilito che alla perfezione melodica… i tamburi e i cilindri dell’organo producono una base ritmica precisissima…”.

 

Questa ritmicità così precisa, così ripetitiva, a cosa rinvia sul piano psichico ?

Noi facciamo l’ipotesi che il suono così tipico dell’organo rinvia a un vissuto molto arcaico in ciascuno di noi, un vissuto che si può situare prima della nostra nascita.

Quando il feto ha raggiunto una certa maturità neurologica (diciamo quando la mamma incomincia ad accorgersi dei movimenti del futuro bambino e che questi movimenti non sono casuali ma rispondono a situazioni particolari, carezze sul ventre, ma anche emozioni della madre), prima ancora di avere reazioni più elaborate, è toccato dai suoni ritmici: il suono del cuore e della respirazione della madre.

Sono queste le sue prime percezioni. Questi ritmi regolari accompagnano, anzi  creano la sua prima vita mentale: il suo primo pensiero è il tempo, il ritmo.

Non si tratta ancora di emozioni, queste verranno dopo, si tratta di percezioni che lo aiutano a sentirsi vivere, che sono la vita di sua madre ma anche la sua, in una simbiosi così intensa che costituirà sempre per lui un rimpianto e una ricerca affannosa per tutta la sua esistenza di bambino e poi di adulto.

 

Queste percezioni ripetitive hanno anche un effetto rassicurante, effetto che i genitori, anche senza saperlo, riprodurranno dopo la nascita cullando il bambino, portandolo a spasso stretto in braccio, dove di nuovo sentirà quei cuori battere e il ritmo dei passi della madre, e questi ritmi lo aiuteranno a gestire le angosce, ad addormentarsi, a consolarsi, a diminuire l’ansia della vita sulla terra.

Soprattutto questo modo di prendersi cura di lui, aiuteranno il neonato  a vivere non solo sul lato biologico ma a nascere alla vita psichica e a passare dalle percezioni e sensazioni all’elaborazione delle emozioni, dell’umanità in lui, lo aiuteranno a non essere soltanto un mammifero invaso dai bisogni, ma un essere capace di provare desideri.

Noi pensiamo che la ritmicità degli organi  di barberia ci rinvia a questo tipo di vissuti inconsci, arcaici, di prima della nascita e poi della nostra prima infanzia.

 

Ancora un’immagine acustica.

Le note separate dell’organo, quasi una piccola pausa tra l’una e l’altra, tra un buco e l’altro del cartone, fanno pensare al suono che si sente quando si ascolta dal monitor il cuore del bambino che sta per nascere: c’é come un soffio tra un battito e un altro. Si può pensare che è anche così che il bambino, prima di nascere, “sente” o addirittura “ascolta” il battito cardiaco di sua madre.

Gli tzigani sanno queste cose da tanto tempo, da ben prima che gli psicologi e gli psicanalisti ci pensassero, e suonano le loro musiche vicino alla pancia della madre incinta negli ultimi 3 mesi di gravidanza e nei 3 mesi successivi al parto, per fare in modo che il neonato si impregni dei ritmi.

Un’altra caratteristica del suono dell’organo é quella di assomigliare a una specie di “balbettio”, come se dovesse incepparsi, come quando, con fatica, si incominciava a cercare di parlare.

Anche la melodia degli organi, proprio perché un po’ monocorde, pare avvolgerci un po’ come una placenta rinviandoci a un tempo felice dove non avevamo bisogno di nulla.

Ed è forse per questo che gli organi di barberia ci commuovono: ci avvolgono in un involucro ritmico, melodico e rassicurante che abbiamo vissuto prima di nascere, che abbiamo dovuto lasciare e che ci manca.

Così pure questo involucro sonoro ritmico ci può rinviare ai primi momenti della nostra vita quando non capivamo ancora le parole ma eravamo sensibili al tono, al ritmo delle frasi ripetute con affetto per consolarci di un pianto, o al ritmo di una ninna nanna sussurrata per addormentarci in una culla che dondola o in braccio a una persona che si dondola con noi. Da sottolineare l’onomatopeicità delle parole: ninna nanna, dondolare, sussurrare che hanno un loro ritmo ripetitivo: se le musiche degli organi fossero parole scritte sarebbero onomatopeiche.

 

Quando da adulti ascoltiamo un organo, è il bambino in noi che si commuove.

Questi ritmi circolari dell’organo possono rinviarci anche allo stordimento delle feste di paese, alle giostre, agli incontri con i maghi che ci stupivano, con i mangiafuoco, con Gelsomine e altri Zampano’ felliniani. Sullo sfondo della musica degli organi c’è quindi anche l’immagine della festa, di qualcosa di intenso che finisce.

La musica dell’organo tocca il bambino in noi, un bambino un po’ malinconico ma rassicurato perché questo involucro sonoro è scandito dalla prevedibilità dei ritmi.

Stiamo parlando di nostalgia così cara a un certo tipo di folklore ? No, stiamo parlando di malinconia della nostra infanzia e non di nostalgia dei bei tempi passati.

 

 

L’ATMOSFERA : L’AREA DEL CONTASTORIE COME CASA ACCOGLIENTE,

COME ANTIDOTO ALLA FRETTA QUOTIDIANA

 

L’atmosfera é quindi creata dal raccontare, dalla musica ma anche dagli aspetti visivi: i cartelloni o le immagini proposte dal kamishibai, un mazzo di fiori, le lampadine luminose prese in prestito a Fellini, le bolle di sapone, e anche la nostra grande attenzione alle persone, adulti o bambini.

Da poco abbiamo capito che è importante creare un’area delimitandola in un modo o nell’altro, con tappetini, con un grande telo steso per terra, con panche. I muri di questa nostra casa nella quale invitiamo il pubblico, sono i cartelloni.

Questa delimitazione più simbolica che reale è un invito all’intimità anche per gli spettacoli di strada.

Quest’anno, in Savoia, avevamo spazio sufficiente per metterci anche un tavolo con delle sedie per far sentire la gente a casa loro con noi.

 

Le immagini fanno la loro parte perché, a differenza di quelle del telegiornale, sono ferme, ci si sofferma per leggere cosa c’è d’Altro in loro. Si può fare l’ipotesi che quando la gente si alza per andarsene é un po’ più adulta di quando è arrivata. Sì, a volte siamo un po’ “pedagogici”  non tanto nel proporre certezze, ma nel suscitare interrogativi.

 

Quando dico che stiamo molto attenti alle persone, intendo dire che prendiamo molta cura di loro, facilitiamo la loro espressione, sì, siamo un po’ “materni”, siamo preoccupati di loro.

Mi viene la tentazione di ritornare ancora una volta nel campo della psicologia per tentare un’ultima analogia.

Winnicott, uno psicanalista inglese, ci spiega che quando i genitori parlano ai neonati, quando dico io “ traducono loro il mondo in modo molto adeguato”, in effetti danno al bambino proprio la risposta che aspettava e il bambino si mette a pensare che la risposta l’ha creata lui ed è meravigliato, contento: ha trovato e creato.

Affermo questo perché a volte parlando con la gente succedono piccole cose così: ascoltando le nostre storie ritrovano in se stessi cose dimenticate che riemergono, cose ammutolite dal tempo o dalla fretta quotidiana e sono meravigliati di ritrovarle in se stessi.

Quando riusciamo a provocare meraviglia, quando la meraviglia si può leggere sul viso della gente, allora siamo davvero sicuri di averli incontrati e ci pare che la gente non aspetti altro che di essere incontrata.

Spero non verremo incolpati di “infantilizzare” il nostro pubblico, perché proprio non si tratta di questo: si cerca di spiegare teoricamente un modo particolare di raccontare e di incontrare.

 

 

CONCLUSIONE : IL CONTASTORIE COME AIUTO ALL’EMERGENZA DELL’INDICIBILE

 

Queste idee non sono certezze ma non sono neanche  solo metafore, sono tentativi di ipotesi su cosa succede quando raccontiamo storie e a cosa serve farlo.

Per noi è importante realizzare un incontro delicato e profondo con il pubblico.

 

Per concludere racconto qualche esperienza che può meglio evidenziare le radici dalle quali hanno preso le mosse le nostre ipotesi un po’ teoriche.

Abbiamo partecipato al Festival di Les Gets, in Savoia. Il tema era “L’immagine”. Abbiamo proposto un “trittico - tripode” costituito da 40 cartelloni rappresentanti 40 manifesti di film, 40 colonne sonore di quei film suonate con l’organo, 40 storie, non solo dei film ma delle emozioni che i film avevano provocato in noi.

 

L’area era definita dai cartelloni appesi a un cavo di 30 metri, c’erano panche, un tavolo, delle sedie, sul tavolo un gioco di carte con gli attori dei film, creato apposta, una scatola di pellicola con dentro bigliettini con frasi da offrire.

La gente veniva, sceglieva di incontrarci su un film, si suonava la colonna sonora, o la suonavano loro, poi si scambiavano le emozioni.

Una signora venne tre volte e tre volte chiese il film “La strada”. E poi non andava più via. Mi disse: «Sono commossa ma non so più perché… Cosa succede nel film ?». Allora si parlò di Gelsomina, di Zampanò, della morte di Gelsomina, del piangere di Zampanò alla fine del film. Io dissi che Gelsomina non morì solo perché Zampanò era cattivo, ma anche perché sua mamma l’aveva venduta. Così pure chiedevo a me stessa quale fosse il dolore di Zampanò per essere così cattivo con tutti, ma anche con se stesso: non era la storia del film, era la storia del mio vissuto con il film; storia che permise alla signora di mettere parole sue sulle proprie emozioni.

Dimenticavo di dire che il titolo della nostra performance era: “Alla ricerca del ricordo perduto”, per parafrasare Proust.

 

Le storie per bambini che raccontiamo con il  kamishibai, hanno sempre un contenuto che parla anche agli adulti o che fa parlare tra di loro grandi e bambini.

C’è la storia di un cane da circo che soffre di solitudine, una bella storia che permette infinite traduzioni. Anche quella dell’orsacchiotto il cui nonno è morto o quella di tre sorelle rane che non fanno altro che bisticciare.

Morte, solitudine, conflitti. Cartelloni per parlare della guerra, di Resistenze e liberazioni, di omicidi, di abbandoni e ritrovamenti. Sì, nelle nostre storie c’è il quotidiano, non sono belle favole a lieto fine e, proprio per questo, incontriamo la gente, forse perché incontriamo già noi stessi.

 

A ripensarci, tutto questo è un po’ banale. Tutte le arti traducono il mondo: la poesia, la pittura, il cinema ecc. ecc.

L’arte tira verso l’alto con la sua sublimazione, noi tiriamo indietro verso l’arcaico, verso il bambino in noi e forse proprio per questo si fa insieme qualche passo in avanti per incontrarci.

Ma allora forse anche noi siamo un po’ artisti. Non ci hanno ancora invitato a Parigi, né a l’Olympia, né a Bercy, ma la gente da incontrare è dappertutto.

 

 

 

 

 

Gianni Gili è italiano e abita in Piemonte, nella città di Torino.

 

   e-mail: musicameccanica@musicameccanica.it