FOGLI  VOLANTI 

 

 

 

I fogli volanti nella tradizione dei cantastorie erano fogli di leggera carta colorata, stampati in tipografia, contenevano una illustrazione e la cronaca scritta di un avvenimento, il testo di una canzone, il pensiero saggio o satirico del narratore, che li vendeva per pochi centesimi durante la propria esibizione .

 

“ Fogli Volanti “ è uno spettacolo costituito da un insieme di racconti : storie contenute nelle canzoni innanzi tutto, ma anche letture, memorie, fatti accaduti o immaginari … e musica dal vivo con l’organo di barberia naturalmente : musiche nuove o già ascoltate, da ballare se si vuole …

 

“ Fogli Volanti “ è dunque la moderna re – invenzione del contastorie .

 

Ci sono anche i fogli volanti, per non lasciare il pubblico a mani vuote : con una immagine, una storia, qualche “ buon numero “ da giocare al lotto … non si sa mai !

 

 

                     

 

 

 

 

 

 

 

I parolieri ( che bel termine, “ l’uomo delle parole “ ! ) hanno raccontato i sentimenti della nostra gente, ossia quei moti dell’animo che ciascuno prova di fronte ad un avvenimento, persona, situazione.  Gli autori più bravi hanno parlato di amore, odio, gioia, tristezza, disperazione, speranza … raccontando storie.

Storie di amori. Sì, di tanti amori ! Oh, certo, quelli fra uomo e donna ! Ma anche quelli per i figli, la famiglia, la natura, per la libertà e la vita, per la propria dignità, per qualcosa in cui credere, per la speranza.

Parole e musiche specchio di un’epoca, la nostra epoca: gli ultimi 200 anni.

Lo facevano già a modo loro Omero, Esopo … poi dal 1100 menestrelli, trovatori, cantambanchi, cantastorie, e continuano a farlo oggi i cantautori più bravi .

Le strade erano canali di comunicazione : notizie di fatti e sentimenti della comunità passavano di bocca in orecchie, si soffermavano sulle piazze dei mercati, su sagrati di chiese, poi si diramavano di orecchie in bocca in luoghi lontani …

Piccoli fatti individuali ( quasi pettegolezzi ) e grandi eventi collettivi diventavano patrimonio comune sull’onda melodica di violini, mandolini, zufoli, fisarmoniche, chitarre, ghironde, organi a manovella … e chi sapeva leggere acquistava  “ I fatti “, fogli volanti con i testi delle cantate .

 

La radio era necessariamente monumentale: valvole e amplificatori non consentivano dimensioni ridotte. Una manopola serviva a muovere un’asticciola su un pannello luminoso sul quale erano scritti i nomi di tutte le città del mondo: cavalcando le onde radio  corte, medie, lunghe, fra scrasc… frrrrz… uaauuuu… giungevano  suoni lontanissimi o vicinissimi, parole monche, lingue ricche di consonanti impossibili da imitare ….era l’ Altrove, affascinante perché sconosciuto e lontano .

“ Chissà cosa dicono ? “. “ Che cosa vuoi che dicano ….dicono le cose che anche noi sentiamo in italiano… Tutto il mondo è paese"! Coś mi rispondevano... Un proverbio che voleva risolvere tutto: togliere curiosità e voglia di allargare il proprio orizzonte; tentativo di esorcizzare il diverso; desiderio di sentirsi tutti omologati in una grande famiglia (che prospettiva spaventosa !).

 

La radio emetteva suoni che l’ascoltatore  trasformava in immagini mentali. Più che cinema, un teatro ininterrotto.

I giornali radio presentavano guerre e paci, guardie e ladri, scomparse e ritrovamenti, rivolte e repressioni, tradimenti e uxoricidi, Madonne e santi, alluvioni e naufragi. Ma c’era anche il teatro vero: commedie e drammi “ fatti vedere “ con le orecchie da abili registi radiofonici. E le opere liriche: Otello, Tosca, Traviata … Trame intricate, colpi di scena, schiaffi e abbracci, amori contrastati e vendette, pentimenti e maledizioni … tanti morti, pochi lieti fini. E lì, intorno alla radio, mamma e nonna con i fazzoletti umidi di lacrime.

E c’erano le canzoni, tante canzoni: la “ canzone italiana “ col suo originale stile melodico riconosciuto in tutto il mondo; cantata in italiano: e dunque comprensibile a tutti nei suoi contenuti.

 

Erano tempi in cui si sentiva fischiettare per le strade, nei cortili… e si cantava anche: la quotidianità aveva la propria colonna sonora autoprodotta. Fischio - musica e parole si alternavano così come avveniva fra orchestra e cantante. E le parole si conoscevano a memoria. Si ascoltavano dalla radio che riproponeva le stesse canzoni per settimane, suonate dalle stesse orchestre e cantate dagli stessi cantanti che le parole le spiccicavano bene, fra gorgheggi e sospiri, perché fosse facile rammentarle … e si sa che quando una cosa è entrata in testa e meglio nel cuore …..beh, è un successo !

Poi nei bar hanno installato i jukebox e la musica poteva uscire solo se le porte erano aperte ….poi sono arrivati i walkman e alla musica hanno sottratto la strada !

 

La canzone è anche espressione di mode, tendenze e gusti: ma proprio per questo è emozionalmente avvinta alla persona consumatrice … e se si presta attenzione al repertorio preferito di ciascuno ( fischiettato, cantato, assorbito con le cuffie, collezionato ) si scoprono di lui più cose di quante ne possa dire un’astrologa. Già, perché le  “ canzonette “  non sono semplice evasione : parole, musica, interpretazione veicolano valori ideali, immagini e atmosfere che ciascuno riconosce in sé o vorrebbe fare proprie.

 

 

Due bambini neo emigrati, forse romeni, sono saliti sul bus. La bimba suona un organetto diatonico, il bimbo passa fra i passeggeri …

Sono osservati con curiosità; alcuni rispondono alla manina tesa; solo una ragazza che si fa una flebo musicale per via endoauricolare offre loro uno sguardo inespressivo. Inconsapevolmente i due bimbi svolgono una funzione sociale: restituiscono alla musica la vita della strada. Il brano suonato è “Speranze perdute“ …. speriamo di ritrovarle !