IL GUFO VEDE, CONOSCE, RACCONTA 

 

se vogliamo ritrovarci
perdiamoci nel bosco

 

 

 

 

Le storie del Gufo sono le storie della cultura contadina : quelle delle veglie nelle stalle, animate da diavoli, streghe, morti viventi, piante e animali …

 

Sono emblematiche proprio per la funzione della parola : utilizzata per nominare luoghi e persone, trasmettere gesti lavorativi e conoscenze ambientali, omologare comportamenti civili e morali .

Davvero qui le parole – linguaggio conducono oltre l’immediato e il concreto e raggiungono l’astratto, diventano metafora, dunque storie e patrimonio comune di sonorità e significati che costruiscono conoscenza, sistema di vita per stare in comunità, e appartenenza .

 

Le musiche sono di canzoni che raccontano di belle bergere, cavalieri intraprendenti, richieste di matrimonio respinte, infanticidi, spazzacamini molto richiesti …

 

 

 

Le foreste erano immensi luoghi oscuri. Rumori d’acqua e di foglie, versi d’animali, odore di legno e d ‘erba.

E uomini di natura selvaggia liberi nella soddisfazione dei desideri.

Poi venne l’uomo civilizzato.

E il bosco oscuro , l’intrico ignoto, fanno paura all’uomo pastore o contadino: “ quello è un altro mondo “  nel quale  “ può succedere di tutto, anche l’indicibile “. Luogo di perdizioni, popolato da esseri misteriosi, pericoloso per l’uomo dabbene timorato di Dio.

 

Vite semplici, fatica dall’alba al tramonto per soddisfare malamente i bisogni essenziali: poi tutto diventa  nero …. “ per i poveretti non c’è mai alba ! “.

Sentieri piani sui quali cammini, cammini, cammini ……. sentieri che salgono, salgono …. e poi finiscono …. e quando si è in cima si può solo scendere .

Pietre e legni messi ad arte che diventano ripari per uomini e bestie assieme.

Poche botteghe: fabbro e maniscalco, falegname, fornaio e commestibili, per le mercerie si aspettava l’ambulante .

Croci di legno, Cristi intagliati e urlati, fiammeggianti Giudizi Universali e santi dipinti magari all’esterno delle minuscole onnipresenti chiese ( niente a che fare con S.Pietro! ).

Un gran daffare per S. Cristoforo protettore di viandanti, pellegrini oranti, contrabbandieri…. Gran lavoro per S. Antonio abate protettore degli animali ma anche esempio di resistenza alle tentazioni … del vino, delle donne …. del cambiamento.

 

Generare figli per avere altra forza lavoro.

Bimbi che morivano come mosche, donne che morivano senza medici. Appartenenze senza amore. Punizioni crudeli.

In inverno le veglie nelle stalle calde di animali. Le donne rammendano o ricamano poveri corredi, gli uomini aggiustano attrezzi da lavoro.

E si racconta: parole semplici, in dialetto ….. orecchie attente.

Con le storie si faceva scuola: si educava al mestiere di pastore o di contadino, a vivere quell’ambiente, in quella comunità piccola nell’osservanza disciplinata delle sue regole  di vita materiale e morale.

Storie nelle quali reale e immaginario popolare si confondono: conoscenza, ignoranza, superstizione, sacralità e magia rincorrono le  generazioni, traversando foreste e campi, stagioni di semina e raccolta, tramandando oralmente nomi di luoghi, gesti lavorativi, passi di danza, comportamenti.

Storie di Bene e di Male, di desideri e repressioni, di tentazioni e rinunce,  verità, bugie, sotterfugi, avvilimenti e speranze ….. gioie poche. Storie che animavano il bosco interiore di ciascuno, la propria zona oscura: angeli e diavoli, streghe e folletti, metamorfosi sorprendenti, cortei di defunti, mostri…. Ma anche leggiadre donzelle e galanti bellocci, cacciatori intraprendenti e  principi,  stupratori sanguinari e vergini santificate, soldati che ritornano e monachelle che partono, torti vendicati, sfruttamento minorile e drammatica emigrazione ……

 

Già, non  tutti passavano l’inverno in paese a consumare quanto raccolto … Si emigrava da ottobre ad aprile …. Si  andava  e poi si tornava … con qualche soldo in più.

Francia, Spagna, le grandi città, le fiere dei paesi, ricevevano la visita di calderai, arrotini, ombrellai, impagliatori di sedie, cardatori, distillatori di menta, acciugai, vetrai, spazzacamini, raccoglitori di capelli femminili …. E suonatori ambulanti di fisarmoniche, organi di barberia, ghironde al suono delle quali ballavano,  sul lungomare di Nizza, marmotte ammaestrate.

Chi osava rischiare vedeva cose nuove, diverse: era un Altrove che si contrapponeva al conservatorismo e all’isolamento del proprio villaggio.

 

Allora non si stava meglio di ora ….. Forse.

 

 

 

 

Il barbagianni è uccello della tenebra.

 

Si credeva fosse goloso del sangue dei bambini. Lo si riteneva il prodotto della metamorfosi di persone malvagie. Consigliere  e fidato aiutante delle streghe.

Piomba sulle prede con volo silenzioso senza frusciar di ali: topi, ghiri, moscardini vengono ingoiati interi……. poi vomita  ossa e piume.

 

Non è affatto “ un allocco “.

Vede nel buio, quando gli altri vedono nulla: come il sapiente studioso che veglia la notte e squarcia l’oscurità dell’ignoranza e dà luce al conoscibile.

 

Tutto vede, tutto sa.

E’ molto riservato ed è difficile ottenere la sua fiducia per farsi raccontare le storie del bosco .